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LA PRIMA DI JUNCKER/ Per Renzi (e l'Italia) solo una pacca sulle spalle

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Jean-Claude Juncker (Infophoto)  Jean-Claude Juncker (Infophoto)

Il cavallo non beve, insomma, eppure non manca l'acqua nell'abbeveratoio. Draghi ha annunciato nuove iniezioni che però debbono scendere verso le famiglie e le imprese, insomma una sorta di quantitative easing all'europea; mentre i tassi di interesse resteranno piatti a lungo. Basterà? Molti ne dubitano. Le prospettive, dunque, non sono affatto rosee anche perché non tira più come prima nemmeno il motore delle esportazioni che negli ultimi due anni aveva compensato la debolezza del mercato interno.

La via maestra non è passare per investimenti pubblici. Intanto, per risultare davvero efficaci dovrebbero essere molti, ma molti di più. Inoltre, se il problema è far bere il cavallo, cioè rimettere in moto l'accumulazione privata, allora quel che serve è ridurre le tasse che nella Ue sono ancora mediamente troppo alte soprattutto sul lavoro e sgonfiare una moneta unica nettamente sopravalutata. Sulle imposte la commissione non ha alcun potere, può solo dare consigli; lo stesso vale per l'euro la cui quotazione è nelle mani della politica monetaria, cioè della Bce. 

Juncker insomma è disarmato, può fare da onesto mediatore, può semmai tentare di ridurre le divergenze tra i governi che durante la gestione Barroso hanno ripreso in mano pienamente la loro sovranità, alla faccia di tutte le polemiche e le contestazioni sullo strapotere di Bruxelles. Le due armi fondamentali degli stati, cioè le tasse e la sicurezza, sono oggi più che mai nelle mani dei governi nazionali i quali le usano per i propri interessi e non per quelli comuni. Certo, ci sono paesi come l'Italia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia che non sono in grado di difendersi adeguatamente, ma questo è colpa della loro debolezza prima ancora che dell'egoismo dei forti. La burocrazia di Bruxelles non può farci niente. 

Lo dimostra, del resto, anche la querelle sulla Mogherini e la battaglia sulla nomina dei commissari. La ministro degli esteri italiana non è una figura carismatica né, tanto meno, conosciuta in Europa, ma soprattutto viene identificata con una politica italiana ritenuta dai paesi dell'est troppo amica della Russia. Lo stesso potrebbe dirsi della Germania (si pensi solo alla dipendenza dal gas di Mosca), ma Berlino è potente e Roma no, quindi la real politik spinge a penalizzare il perdente. Così stanno le cose; possono essere cambiate, sia chiaro, anzi debbono esserlo; Renzi fa bene a non accettare il fatto compiuto in nessun campo, dalla politica di bilancio a quella estera. Ma rischia di essere velleitario, né più né meno dei suoi predecessori, se non si sbriga a rafforzare con i fatti la posizione dell'Italia. 



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