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LA PRIMA DI JUNCKER/ Per Renzi (e l'Italia) solo una pacca sulle spalle

Pubblicazione:mercoledì 16 luglio 2014 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 16 luglio 2014, 8.37

Jean-Claude Juncker (Infophoto) Jean-Claude Juncker (Infophoto)

Flessibilità? Non se ne parla neppure, lo ha detto anche Mario Draghi. Nomine? Vedremo, ma più che no che sì per Federica Mogherini alla politica estera e di sicurezza, perché avversata da un folto schieramento che viene da est. Il cammino di Matteo Renzi nell'Unione europea è peggio di una scalata in bici fino a cima Coppi. E' vero, la partita per il commissario non è chiusa, al contrario di quella per allentare il patto di stabilità, ma le cose non si mettono bene. Dopo i sorrisi e le pacche sulle spalle, adesso si capisce chiaramente che non è bastato a Renzi stravincere con il 41% e diventare il politico più votato d'Europa. Il suo difetto è di essere italiano e l'Italia conta pochissimo, senza trascurare che fa parte del gruppo socialista mentre il parlamento europeo è in mano ai popolari. Lo ha dimostrato ieri il voto per Jean-Claude Juncker: criticato, anzi bistrattato alla vigilia, contestato dai conservatori inglesi, avversato dai populisti e dalla destra lepenista, ha preso 422 voti su 750, cioè la maggioranza assoluta. I rapporti di forza, almeno sul piano istituzionale, sono questi. 

L'ex premier lussemburghese si è presentato con un discorso europeista come da tradizione e come da convinzione, perché Juncker crede fino in fondo nella possibilità che l'Unione si rafforzi e si consolidi, cominciando dalle politiche di bilancio per arrivare ai processi decisionali e alla legittimazione popolare delle scelte e del mandato. L'economia al primo posto, naturalmente, viste le notizie allarmanti che arrivano dalla congiuntura: l'industria s'è fermata quasi ovunque, mentre procede ineluttabile la discesa dei prezzi verso quota zero (in alcuni comparti e in alcuni paesi siamo già in zona deflazione). Dunque crescita innanzitutto, anche se la Ue chiude la porta mentre i buoi sono già scappati.

La "prima priorità" ha detto il neo presidente della Commissione davanti al Parlamento europeo, è "rafforzare la "competitività e stimolare gli investimenti" quindi "nei primi tre mesi" Juncker presenterà un "ambizioso pacchetto per lavoro, crescita e investimenti che muoverà fino a 300 miliardi in tre anni" attraverso il modesto bilancio Ue e soprattutto l'intervento della Bei, la Banca europea per gli investimenti dotata di più capitale e, quindi, di mezzi per intervenire. La cifra fa effetto, ma in realtà non è molto, si tratta di 100 miliardi  annui su un prodotto lordo di 16.700 miliardi, pari a poco meno dello 0,6 per cento. Quale effetto avrà sulla crescita è incerto, perché dipende da che tipo di investimenti e il moltiplicatore varia da situazione a situazione, certo non sarà in grado di portare l'economia oltre la morta gora attuale, forse riuscirà a evitare una terza ricaduta nella Grande Recessione. 

Non solo. Juncker segue un modello che ha dimostrato di non funzionare: vuole comprare canne da pesca anziché insegnare a pescare. Fuor di metafora, è vero che l'Unione europea soffre di carenza della domanda aggregata che è fatta di consumi e di investimenti. Ma non tirano i consumi individuali e gli investimenti privati cioè quelli che riguardano la gran parte dell'economia, nonostante la Banca centrale europea abbia irrorato le banche di liquidità.


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