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SPY FINANZA/ I numeri che segnalano il "tonfo globale"

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Semplice, la bolla precedente si basava infatti sì su buybacks fondati sull’uso della leva ma erano tutti impostati su prestiti non assicurati, ovvero nessun asset dell’azienda era a rischio confisca nel caso la bolla scoppiasse, mancasse la liquidità e quindi non si potesse rimborsare quanto ottenuto. In parole povere, questa volta i detentori di bond di quelle stesse aziende che si stanno indebitando saranno i primi della fila a perdere tutto quando e se la banca passerà all’incasso e di fatto le banche diventano “socie” dell’azienda. Ma c’è di più. Rispetto ai tempi della formazione della crisi Lehman Brothers, le ratio di debito delle economie sviluppate sono salite del 20% al 275% del Pil in sette anni.

Come vi dico da settimane, forse mesi, gli spread sono artificialmente compressi al ribasso, mentre le aziende si stanno pesantemente indebitando per dar vita a buybacks azionari che mantengano alte le valutazioni dei titoli e i corsi degli indici: stando a dati della Bri, il 40% dei cosiddetti syndacated loans - ovvero prestiti offerti da un gruppo di prestatori (syndacation) che si mettono insieme per finanziare un unico soggetto contraente - sono verso soggetti che sono al di sotto dell’investment grade, ovvero con rating di credit a rischio, una ratio ben più alta di quella registrata nel 2007. Inoltre, i cosiddetti Brics e altre economie emergenti hanno già subito le conseguenze dei loro boom del credito, in parte con spill-over del denaro a pioggia delle banche centrali occidentali.

Le loro ratio di debito sono salite anch’esse del 20% a quota 175%, mentre il tasso a cui si prende mediamente a prestito denaro a cinque anni in termini reali è dell’1%: bassissimo e quindi molto a rischio di inversione repentina e disordinata. C’è poi l’eccessiva euforia dei mercati equity con la volatilità scesa a minimi storici: le equities europee sono salite del 15% in un anno a dispetto di crescita reale del Pil a zero e con una calo dell’earnings attese del 3%. E al netto dei sempre nuovi massimi degli indici azionari Usa delle ultime settimane e del crollo del Vix, l’indicatore della volatilità, il costo che i grandi investitori stanno pagando per assicurarsi contro un collasso dei prezzi sta continuando a salire.


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