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FINANZA/ Il "materasso" che frega Draghi (e l'Italia)

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Mario Draghi (Infophoto)  Mario Draghi (Infophoto)

Le paure tedesche sul fronte dei prezzi (e dei consumi) sono una costante quasi tradizionale della società europea. Al contrario, la depressione e lo sconforto degli italiani rappresentano quasi una novità. Gli elementi di fragilità della società italiana sono così numerosi che è quasi impossibile elencarli tutti assieme. Oltre ai traumi della condizione giovanile e l’infimo livello dell’occupazione femminile, sta ormai prendendo corpo una questione previdenziale quasi inedita. Un recente studio pubblicato da LaVoce.info con l’eloquente titolo “Informazione e pensioni: il diavolo sta nei dettagli” rivela che, a differenza di quel che accadeva solo pochi anni fa, gli italiani sono assai poco informati sia su quando che con quale somma potranno andare in pensione. Ma il fatto più straordinario è che la stragrande maggioranza degli intervistati tende a dipingere una la realtà, che è già brutta, peggio di quel che è.

È un esempio della sfiducia che frena i consumi e gli animal spirits, confermata dall’indagine sul risparmio del centro Einaudi: gli italiani risparmiano di più ma sempre peggio. Solo uno su dieci punta sull’investimento azionario, in questi anni ricco di soddisfazioni e necessario per ridar ossigeno all’economia. La maggior parte tiene i soldi liquidi o in impieghi a vista, come prevede la classica trappola della liquidità. Insomma, oltre che con i fantasmi dell’austerità, Draghi deve combattere con un nemico anche più insidioso: i soldi nascosti nel materasso.

Intanto Janet Yellen deve combattere la pressione dei falchi che chiedono l’aumento dei tassi per scongiurare il rischio di una nuova bolla. Ma la colomba Yellen ha reagito rovesciando le tesi classiche (e interessate) sull’origine della crisi: a provocare il collasso dei mutui subprime e la caduta di Lehman, sostiene, è stata l’irresponsabilità dei grandi istituti finanziari, non l’eccesso di liquidità in mano ai sottoscrittori di mutui. Perciò, per contrastare nuove crisi, non è il caso di usare la leva monetaria, bensì di sottoporre la finanza al rispetto delle regole: se del caso si potranno imporre regolamenti più severi, applicare margini più elevati, imporre l’obbligo di tenere una certa quantità liquida. Ma la leva dei tassi va usata solo in funzione dell’economia, anzi dell’occupazione.

I tassi, quindi, saliranno solo quando l’America s’avvicinerà di nuovo al pieno impiego e a salari più decenti. Per ora anche Wall Street, soddisfatta per il mancato aumento del costo del denaro, è d’accordo.



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