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ITALIA CONTRO GERMANIA/ Forte: solo Marchionne può salvare Renzi dalla Merkel

Palazzo Chigi replica a Weidmann, Roma rassicura sui buoni rapporti con Berlino, ma per FRANCESCO FORTE Matteo Renzi ha sbagliato atteggiamento con la Germania

Sergio Marchionne (Infophoto) Sergio Marchionne (Infophoto)

Botta e risposta tra Germania e Italia. Jens Weidmann, Presidente della Bundesbank se l’era presa con il nostro Premier: “Renzi ora ci dice cosa fare”, ma “fare più debiti non è il presupposto della crescita”. Da Palazzo Chigi era poi arrivata una replica molto secca: “Se la Bundesbank pensa di farci paura forse ha sbagliato Paese. Sicuramente ha sbagliato governo”. Ieri da Roma sono arrivate parole più concilianti e la garanzia che con Berlino non c’è alcuna crisi. L’oggetto del contendere sembra essere la richiesta di flessibilità sui conti pubblici da parte dell’Italia. E a questo proposito ancora ieri l’Istat ha fatto sapere che il deficit del nostro Paese, nel primo trimestre 2014, è sceso al 6,6% del Pil dal 7,3% di un anno prima. Ne abbiamo parlato con Francesco Forte, ex ministro delle Finanze.

 

Professore, cosa ne pensa di questa polemica a distanza tra Italia e Germania?

La linea di Renzi è sbagliata, perché in ogni trattativa bisogna offrire qualcosa che si sa che l’altro è interessato ad avere o che comunque non può rifiutare. Non si può chiedere flessibilità a costo zero.

 

Ma Renzi, anche nel suo discorso al Parlamento europeo, ha ribadito che l’Italia si impegnerà a fare le riforme.

Quali riforme? Non ci si può presentare dicendo vagamente che si faranno delle riforme, come uno slogan. Si dovrebbero presentare un elenco e un calendario preciso. I giochetti di propaganda non possono funzionare con la Germania. Bisogna infatti ricordare che è stata sotto Hitler con gli slogan e che la Ddr è stata sotto i comunisti con gli slogan. A Berlino, quindi, gli slogan hanno una pessima reputazione.

 

Cosa avrebbe dovuto fare allora Renzi?

Chiedere una flessibilità nei vincoli di bilancio offrendo in cambio una riforma che renda più flessibili i costi del lavoro. Una riforma che comporta un sacrificio sociale, che può essere alleviato con una politica espansiva, mediante appunto vincoli di bilancio meno rigidi.

 

In questi giorni si sta proprio discutendo in Senato il contratto a tutele crescenti, secondo atto del Jobs Act.

Il Jobs Act non c’entra con quello che stiamo dicendo. La riforma a cui faccio riferimento è quella che Marchionne chiede da tempo e che hanno sostenuto prima Biagi e poi Sacconi. Passa attraverso il contratto periferico libero, capace di dare piena attuazione e chiarire quanto previsto dall’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, e il superamento dell’articolo 18 mediante l’arbitrato. Si tratta di seguire quanto fatto dalla Germania.

 

Perché ritiene che serva proprio una riforma del lavoro come “garanzia” da offrire in cambio della flessibilità?