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SPY FINANZA/ Da Shangai una sfida a dollaro e Usa

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Stando a quanto allo studio, ognuno dei paesi interessati avrà il diritto di nominare una città come sede del quartier generale della nuova istituzione e se il Brasile ha declinato l’opportunità, evitando ogni nomination, gli analisti ritengono sempre più probabile che sarà proprio Shanghai a ospitare la sede della banca. Ognuno dei cinque paesi contribuirà inizialmente con 10 miliardi di dollari, una parte dei quali sarà pagata immediatamente e un’altra sarà di capitale callable, ovvero disponibile solo per venire incontro agli obblighi statutari dell’istituzione. Il capitale totale autorizzato sarà invece di 100 miliardi di dollari, mentre - per fare una comparazione - nel giugno dello scorso anno quello della Banca Mondiale era di 223 miliardi, la gran parte dei quali callable. Inoltre, nonostante statutariamente i cinque paesi dei Brics resteranno sempre e comunque azionisti di maggioranza, non è esclusa in futuro la possibilità di nuove membership nella banca da parte di altre nazioni che ne facciano richiesta: la presidenza sarà a rotazione ogni cinque anni e il primo presidente della banca dovrebbe essere nominato proprio al vertice de capi di Stato dei Brics del 15 luglio prossimo.

Ultimo particolare, per quanto riguarda il fondo di riserva, la Cina contribuirà con 41 miliardi di dollari, la Russia, il Brasile e l’India con 18 miliardi, mentre il Sudafrica con 5 miliardi. Insomma, in un mondo in cui il 38,8% dei pagamenti a livello globale è fatto in dollari e il 33,5% in euro, le nazioni emergenti alzano la testa e la voce ponendo in essere la minaccia maggiore per la credibilità degli Usa come hub mondiale e del dollaro come benchmark: dopo l’accordo Russia-Cina che Gazprom vorrebbe denominare in yuan o rubli, un altro sgarbo che Zio Sam potrebbe questa volta non digerire. Tanto più che la Cina, il cui ruolo a livello commerciale è enorme (nonché quello di detentore di debito Usa), potrebbe davvero voler aumentare la risibile quota dell’1,3% dei pagamenti internazionali fatti in yuan e imporsi come polo alternativo sia agli Usa che a un’Europa che assiste silente e forse non informata di cambiamenti epocali come quelli in atto (da noi si perdono ore e ore a parlare delle presidenze dei gruppi all’Europarlamento).

Ora, ci sono parecchie riflessioni che quanto sta accadendo porta con sé. Prima delle quali è una lettura diversa della megamulta affibbiata dalle autorità Usa a Bnp Paribas per le sue transazioni in dollari verso paesi come Cuba e Iran sulla lista nera di Washington: questo porterà a una sorta di “vendetta” globale contro il dollaro, ovvero spingerà Europa, Cina e Russia a usare altre valute per evitare le sanzioni americane? Sarà forse giunto il momento in cui troveranno attuazione pratica le parole d’accusa mosse nel 2012 da un alto dirigente della banca inglese Standard Chartered, il quale reagì così a una multa comminata dalla autorità statunitensi: «Voi americani. Chi pensate di essere per dire a noi, al resto del mondo, che non possiamo fare affari con gli iraniani?»? O forse è vero il contrario, cioè che gli Usa sono consci di questo sommovimento a livello globale ma lasciano fare e anzi, incassano denaro e impongono il loro ruolo di gendarme finanziario del mondo comminando multe, forti delle parole di Neal Wolin, un ex Segretario di Stato, il quale disse che «gli Usa sono il posto non evitabile, non rimpiazzabile dove devi essere per fare business. Il che significa che gli Usa possono dire, puoi fare accordi con noi o con X»?

D’altronde, al netto di un’Europa che dorme, uno di grandi player della nuova istituzione - la Russia - è sotto pesante pressione finanziaria e geofinanziaria per la questione ucraina e gli Usa potrebbero tranquillamente usare le sanzioni per indebolire ancora il rublo, far bruciare riserve e contestualmente aumentare la fuga di capitali: Mosca reagirà? La Cina andrà incontro a Vladimir Putin se questi le chiedesse di prendere una posizione netta e drastica contro Washington.



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