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PRIVATIZZAZIONI/ Le novità che rendono inutile (s)vendere

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Bisogna vedere che cosa si può privatizzare. Nel caso italiano abbiamo numerose partecipate del Tesoro che non fanno altro che produrre perdite, in quanto occultano interessi di altra natura e avrebbero seri problemi a rimanere sul mercato. In quel caso non ci sarebbe da privatizzare, ma da chiudere. Più in generale negli ultimi anni il volume delle privatizzazioni a livello mondiale è calato a causa della crisi, ora c’è molta più liquidità, stanno riprendendo attività di fusione e quindi è possibile che chi ha qualcosa di sostanzioso da offrire possa tornare a vendere.

 

I dividendi di Eni, Enel e Finmeccanica sono importanti per le casse del Tesoro. Conviene perderli?

Se una società è gestita bene e dà un dividendo importante come nel caso di Eni, privarsene è un problema. Allo Stato attuale Eni non è sulla lista dei collocamenti imminenti, in quanto il controllo del “cane a sei zampe” appare blindato. Il caso di Finmeccanica è un po’ diverso, perché si tratta di un conglomerato industriale, quindi con criticità differenti e minori profili di redditività.

 

Il recente flop dell’Ipo di Fincantieri significa che non è il momento migliore per la vendita di quote di società pubbliche?

Ogni operazione fa storia a sé. Nel caso di Fincantieri bisognerebbe valutare meglio, ma è successo qualcosa di problematico ed è insorta una criticità. Il fatto che gli investitori istituzionali italiani e soprattutto esteri, che erano nel consorzio di collocamento, abbiano ritenuto di prenotare una quantità estremamente bassa di azioni è un campanello d’allarme importante. Intanto si tratta di un danno d’immagine per chi ha pianificato l’operazione, la quale è stata inoltre prezzata in modo problematico.

 

(Pietro Vernizzi)

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