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IL CASO/ Il "golpe" dei trattati che ha ucciso euro e Ue

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Come ha notato il professor Giuseppe Guarino (“Saggio di verità 2”), il Trattato avrebbe dovuto prevalere sul regolamento sia quale fonte di rango superiore, sia perché atto successivo. Invece, la Commissione andò imperterrita avanti con il regolamento. Gli Stati tacquero. In quel momento la sorte degli Stati membri, sia dell’Eurozona che dell’Unione, con riflessi anche sugli Usa e sugli altri continenti, fu segnata. Forse questa decisione tecnocratica, con l’assenso tacito dei governi, fu adottata perché la globalizzazione avanzava spedita e c’era bisogno urgente di un’Europa che bilanciasse il pianeta in materia ambientale, sociale ed economica. Peccato che la Commissione sostituì i principi dei Trattati di “crescita armoniosa” e di “crescita sostenibile” con quello del regolamento sulla “crescita vigorosa”. Un cambio di passo che va al di là del significato semantico: si trattava di una scelta di campo ben precisa. Un atto politico, adottato da tecnocrati?

Potrete apprezzare già a questo punto del ragionamento che non si tratta di annoiarvi con un sofisma per legulei ma che la questione è squisitamente politica, anzi arci-politica. Secondo l’eccezionale ricostruzione del professor Guarino, il testo del Psc era stato redatto dall’allora ministro delle Finanze tedesco, Theo Waigel, dopo consultazioni con i suoi omologhi e in particolare con Carlo Azeglio Ciampi, che “era pronto ad accettare qualsiasi richiesta”. Inoltre, si deve ricordare che se fu aggiunta la dimensione “crescita” al patto di stabilità ciò lo si deve all’allora presidente francese Jacques Chirac che, anche con un certo dissenso verso il ministro dell’Economia socialista, Dominique Strauss-Khan, sperava così di assicurare dei “margini” di autonomia alle politiche economiche di sovranità francesi. Tuttavia, il testo del Psc è rimastro volutamente vago sulla definizione degli strumenti per la crescita, mentre su quelli per la stabilità ha fissato le regole che oggi ben conosciamo: pareggio strutturale di bilancio nel medio termine. Infatti, la missione della crescita è affidata dal Tue (Maastricht) agli Stati membri, i quali vi provvedono con le loro politiche economiche, che devono essere autonome e svolgersi in concorrenza.

Invece di richiamare il Psc, che per l’Italia è un cappio al collo, sarebbe stato più utile che Renzi, sul piano politico e anche giuridico, avesse affermato saldamente la volontà dell’Italia perché i testi dei Trattati di Maastricht, Amsterdam e Lisbona fossero effettivamente rispettati e applicati. Perché insistere sul rispetto del Psc nonostante l’evidentissimo contrasto con quanto disponevano gli artt. 102 A, 103 e 104 c) del Tue (Maastricht)?

Non dovrebbe essere sfuggito ai consiglieri giuridici della Presidenza del Consiglio e del Mae che i Trattati, nella parte attinente alla disciplina della moneta, non sono mai entrati in vigore. I valori di riferimento del 3% e del 60% del Pil non hanno mai avuto occasione di applicarsi. La norma da rispettare sarebbe stata comunque l’art. 104 c) Tue. Ma anche questo articolo, alla pari del 104 di Amsterdam e del 126 di Lisbona, non è stato applicato. In sostituzione del Trattato è stato imposto il Psc introdotto dal regolamento 1466/97, al quale hanno fatto seguito i due regolamenti 1055/2005 e 1175/2011 e poi il cosiddetto Fiscal compact. Insomma, la decisione di imporre un regime antidemocratico in Europa attraverso il famigerato regolamento della Commissione n° 1466/97 (Psc) fu presa probabilmente in buona fede e senza troppo ragionare sulle sue conseguenze.