BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

BANKITALIA/ Le domande (ancora) senza risposta su oro e privatizzazione

Ignazio Visco (Infophoto)Ignazio Visco (Infophoto)

Che l’evocazione dell’assetto di “altre importanti banche centrali” è privo di ogni valore euristico fin quando resti generico e indeterminato. Resta fermo, peraltro che i profili di illegittimità non sarebbero certo sanati da espedienti comparativi;

Che l’evocazione apodittica di anacronismi e anomalie maturate nel corso dei decenni passati meriterebbe di esser meglio esplicitata, dal momento che negli ultimi due decenni, come si è detto, l’anomalia è consistita proprio nella partecipazione di soggetti privati al capitale della Banca, laddove non è stato ancora debitamente spiegato quali sarebbero i vantaggi derivanti dalla innovazione (recte: legittimazione) dell’assetto proprietario nelle forme e con le modalità del d.l. n. 133/2013 e, soprattutto, quali ne siano gli scopi;

Che “l’impossibilità per i partecipanti di influire sull’esercizio delle funzioni istituzionali”, oltre a non sussistere nei termini assoluti con i quali viene presentata (potendo certamente i quotisti incidere almeno sull’assetto organizzativo della Banca centrale), interroga circa la ragione e il titolo di tale partecipazione, acquisita, peraltro, mediante attribuzione a titolo gratuito e contestuale depauperamento della finanza pubblica;

Che la limitazione dei diritti economici e patrimoniali dei partecipanti, espressamente riferita al metodo di distribuzione dei dividendi, non è certo tale da implicare la loro esclusione dalle riserve statutarie valutarie e auree: non soltanto, infatti, non si rinviene alcuna espressa disposizione di qualificazione e di disciplina di tali riserve (benché ne fosse proposta l’introduzione nel corso dei lavori della competente Commissione permanente del Senato in occasione del procedimento di conversione del d.l. n. 133/2013), ma, più ancora, le quote del capitale sono rappresentative anche dell’intero patrimonio di Palazzo Koch e, dunque, altresì delle riserve auree: circostanza che pare sottesa alla disciplina della cessione delle quote eccedenti il limite del 3%, introdotto dal d.l. n. 133/2013.

A questi nodi - e soprattutto a quello, davvero centrale, della ratio della riforma - va ad aggiungersi la contraddizione relativa al “costo” della rivalutazione, che non è affatto nullo e neppure tale da non aver comportato alcuna alterazione al patrimonio complessivo.

La pervicace ripetizione, nelle Considerazioni finali, di affermazioni solo assertivamente contrarie non ne rafforza l’efficacia e rivela invece (forse) imbarazzo: vale, insomma, piuttosto come una fin de non recevoir opposta (...stat pro ratione voluntas...) agli argomenti, normativi, in primo luogo, e poi scientifici e di libera critica, da più parti formulati.

Non resta allora che accennare nuovamente, a mo’ di promemoria, ai dati contro i quali si infrangono le Considerazioni.

La rivalutazione del capitale (mai sottoscritto dagli attuali partecipanti, che lo acquisirono [illegittimamente] in esito alla privatizzazione delle banche di interesse nazionale e delle casse di risparmio: il “vecchio” capitale di 300 milioni di lire italiane era stato costituito dallo Stato, allorché, nel 1936, aveva liquidato i precedenti azionisti privati) è stata eseguita portandovi a incremento le riserve statutarie, frutto - come ha ripetutamente attestato lo stesso Governatore, il quale pure continua, contraddittoriamente, a invocare la loro “funzione pubblica” - dell’esercizio delle muneraconfidati all’Istituto centrale.

Come può sostenersi, allora, che tale incremento di valore non abbia comportato oneri per lo Stato e non abbia inciso sul patrimonio complessivo dell’Istituto centrale?

Quanto al patrimonio, del resto, l’aggettivo (complessivo) è poco meno di una “foglia di fico”: la somma del capitale e delle riserve sarà pure rimasta immutata, non però la composizione qualitativa del patrimonio: ed è questo, non il mero dato contabile, che rileva in sede di valutazione dell’assetto proprietario della Banca.


COMMENTI
09/07/2014 - L'oro di Napoli (Vittorio Cionini)

Tutto questo arzigogolato discorso per dirci che si stanno fregando l'oro della Banca d'Italia. Anzi forse l'hanno già fatto sparire magari scambiandolo con lingotti di tungsteno dipinti di giallo. Qualcuno può andare a verificare ? Ma di cosa ci meravigliamo ? L'oro ha sempre fatto gola quando stanno per scoppiare le bombe inflazionistiche (e speriamo solo quelle). Vittorio Cionini