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BANKITALIA/ Le domande (ancora) senza risposta su oro e privatizzazione

Pubblicazione:mercoledì 9 luglio 2014

Ignazio Visco (Infophoto) Ignazio Visco (Infophoto)

E del resto la tesi della neutralità finanziaria dell’operazione è ulteriormente esclusa dal disposto dell’art. 4, co. 6, d.l. n. 133/2013, in forza del quale l’Istituto di Via Nazionale “per favorire il rispetto dei limiti di partecipazione al proprio capitale”, può “acquistare temporaneamente le proprie quote di partecipazione e stipulare contratti aventi ad oggetto le medesime”, ovviamente pagandole con le proprie risorse. Previsione di tale “delicatezza” da essere stata affiancata, in sede di conversione, da una clausola che fa obbligo a Via Nazionale di riferire “annualmente alle Camere in merito alle operazioni di partecipazione al proprio capitale in base a quanto stabilito dal presente articolo”.

Ecco, dunque, un ulteriore onere per le finanze pubbliche, peraltro contrastante con il divieto europeo di erogare aiuti di Stato: rilievo puntualmente formulato dalla Bce, oggetto, poi, di una richiesta di chiarimenti della Commissione di Bruxelles, che successivamente, con motivazioni che lasciano alquanto perplessi, ha deciso di non procedere oltre.

La rassicurazione del Governatore circa l’uso di tale “facoltà solo se necessario e con modalità tali da non comportare l’assunzione di rischi di perdite” nulla toglie al significato sistematico della previsione normativa e non limita la concretezza del fattore di impoverimento dell’erario.

Ma il più radicale depauperamento è causato dall’approntamento, mediante il d.l. n. 133/2013, del titolo (costituzionalmente illegittimo) che consente ai quotisti di disporre delle riserve auree, sulle quali, pur in carenza di fondamento normativo, tantomeno specifico, la Banca d’Italia afferma di avere un diritto dominicale: e ciò sia, direttamente, mediante la cessione delle proprie partecipazioni - il cui valore, conformemente alle dinamiche di mercato, verrà stabilito tenendo conto anche di tali riserve - sia, indirettamente, tramite la negoziazione delle proprie azioni.

Il tema - lo si è reiteratamente e per più aspetti sottolineato - è di particolare gravità, ancorché confinato, nelle Considerazioni, a brevissimi cenni, la cui laconicità è ben lungi dal diradare i profondi dubbi sull’effettivo orientamento causale delle scelte compiute con la riforma.

All’opposto, appare chiaro che l’esperimento di un ente pubblico partecipato quasi totalitariamente da privati e titolare di funzioni essenziali e strategiche per il Paese beneficia i quotisti, che possono giovarsi del “valore realizzabile dalla vendita delle quote” - sul quale sostiene sibillinamente il Governatore che si sarebbe “acquisita chiarezza” (salvo non fare neppure cenno agli esiti di tale chiarificazione) - e della “prospettiva di scambi di mercato” (che conferma, quindi, il rilievo già svolto circa l’aderenza degli scambi medesimi alle ordinarie logiche di mercato e, quindi, alla quantificazione del valore anche secondo il parametro delle riserve auree) per “includerle nel patrimonio di vigilanza delle banche e delle assicurazioni, con potenziali, contenuti, effetti positivi sull’offerta di credito”.

In altri termini, una garanzia basilare della sovranità nazionale muta in garanzia di affidabilità degli istituti di credito e assicurativi: gli italiani, deprivati così di un “cespite” strategico per la loro indipendenza, possono forse contare su una qualche futura e comunque limitata “apertura di credito”.

Nessun serio lume si irradia dalle dichiarazioni del Governatore, dalle quali è assente anche ogni riferimento ai proventi fiscali che deriverebbero dalla rivalutazione delle quote di partecipazione, a ulteriore dimostrazione della debolezza dell’argomento, sulla quale ci si è già in precedenza soffermati. Sembra allora che la causa legis stia più nel non detto che nelle Considerazioni, dalle quali era lecito attendersi ben altro argomentare.

L’attesa delusa giustifica, essa sì, la domanda su chi abbia voluto distrarre chi e per quale ragione.



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COMMENTI
09/07/2014 - L'oro di Napoli (Vittorio Cionini)

Tutto questo arzigogolato discorso per dirci che si stanno fregando l'oro della Banca d'Italia. Anzi forse l'hanno già fatto sparire magari scambiandolo con lingotti di tungsteno dipinti di giallo. Qualcuno può andare a verificare ? Ma di cosa ci meravigliamo ? L'oro ha sempre fatto gola quando stanno per scoppiare le bombe inflazionistiche (e speriamo solo quelle). Vittorio Cionini