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FINANZA E POLITICA/ Italia-Ue, uno 0-0 che ci manda in serie B

Pier Carlo Padoan (Infophoto) Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Bassa crescita (se non negativa) più deflazione rendono impossibile ridurre il debito pubblico anche volendo compiere sforzi sovrumani (anzi, ogni sforzo deprime ancor la crescita e gonfia l’indebitamento). È automatico, è l’ineluttabile legge dell’aritmetica. E diventa paradossale se non proprio controproducente la solita rampogna tedesca a non allentare il rigore, magari facendo finta di fare le riforme. Ancora ieri Wolfgang Schaeuble è stato chiarissimo. E alla fine ha portato la maggioranza dell’Ecofin sulle sue posizioni.

I cambiamenti strutturali sono indispensabili sia chiaro, anche se non tutti uguali né tutti allo stesso tempo. Paese che vai riforme che trovi. In Italia il costo del lavoro è un passaggio chiave per aumentare la produttività. In Germania la priorità è il mercato dei servizi ancora chiuso e protezionistico. La Francia deve mettere mano allo stato sociale, pensioni comprese. Tanto per fare alcuni esempi. Un “governo europeo delle riforme”, se così possiamo chiamarlo, dovrebbe essere in grado di coordinare gli sforzi dei singoli paesi e aiutarli con strumenti ad hoc (compreso il dosaggio corretto delle regole di bilancio) che stimolino e accompagnino il cammino riformatore.

Aspettando Godot, però, bisogna stare attenti che non si creino le condizioni per una ricaduta recessiva (la seconda o la terza se comprendiamo anche quella del 2008-2009). Padoan è un esperto di macroeconomia e politica economica, queste cose le sa bene, le ha spiegate anche ai suoi colleghi che seguono la nasometria? Il ministro italiano si è barcamenato con abilità nel tentativo di non far emergere nessuna posizione troppo netta e di non provocare alcuna frattura. Ma l’aria che tira non è affatto positiva. Può darsi che l’atmosfera sia migliore a livello di governi e di Commissione, forse l’arrivo di un socialista agli Affari economici e monetari potrà addolcire la forma e i comportamenti tattici, anche se non cambierà la sostanza.  

Il tanto peggio tanto meglio non è mai un approccio costruttivo, eppure a questo punto c’è da augurarsi che nei prossimi mesi peggiori la congiuntura tedesca, per aprire uno spiraglio nella cocciutaggine teutonica. Oggi come oggi, non si vede nessun ravvedimento. Inutile farsi illusioni, la Bundesbank non siede nella cancelleria, come ha ricordato Padoan con una battuta sferzante che certamente Jens Weidmann prima o poi gli rinfaccerà (il Presidente della Buba è un tipetto che non dimentica e risponde a tono), ma determina eccome la politica di Berlino.

Per Matteo Renzi (e con lui l’Italia, non è il momento di giocare a scaricabarile) la luna di miele è finita. Deve portare prove concrete che le promesse vengono realizzate e, ancor più importante, che producano conseguenze benefiche sui conti pubblici e sulla crescita. Finora gli 80 euro in busta paga hanno dato effetti politici eclatanti, ma i risultati economici non si vedono. Il capo del governo italiano non mollerà facilmente; forse a questo punto deve dotarsi di una strategia europea più solida che non la diplomazia delle battute e delle pacche sulle spalle.

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