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ALITALIA-ETIHAD/ Arrigo: ecco perché la compagnia italiana può “risorgere”

L’accordo tra Etihad e Alitalia è stato siglato e dovrà essere approvato dall’Antitrust europea entro fine anno. UGO ARRIGO ci spiega come cambierà la compagnia italiana

James Hogan (Infophoto) James Hogan (Infophoto)

L’accordo tra Etihad e Alitalia è stato siglato e dovrà essere approvato dall’Antitrust europea entro fine anno. La compagnia emiratina, rappresentata dal Ceo James Hogan, ha ribadito l’impegno a investire 1,25 miliardi di euro fino al 2018, mentre i soci italiani dovranno provvedere a un aumento di capitale e a un prestito ponte. L’intento è chiaro: disimpegnarsi sulle rotte a corto e medio raggio, poco redditizie per via della concorrenza dell’alta velocità ferroviaria e delle low cost, per puntare sui voli intercontinentali. In questo senso si parla già di sette nuove destinazioni e di altrettanti nuovi aeromobili. Il ritorno all’utile, dopo anni di profondo rosso per Alitalia, è previsto per il 2017, mentre la stima sui passeggeri trasportati l’anno successivo è di 23 milioni. Ugo Arrigo, Professore di Finanza pubblica all’Università Bicocca di Milano ed esperto di trasporti, non nasconde una certa soddisfazione. «Si spera che questa nuova Alitalia abbia successo facendo quello che alcuni esperti, tra cui il sottoscritto, avevano suggerito qualche anno fa, ma che non era possibile fare anche per via della flotta del vettore italiano».

 

Etihad e Alitalia hanno siglato l’accordo. Come giudica questa operazione?

Non avrei scommesso un euro che ci fosse una compagnia disponibile a comprarsi una parte più o meno buona di Alitalia: meno male che è stata trovata Etihad! Si tratta di un risultato miracoloso rispetto a premesse che erano piuttosto negative: i soci italiani, dal 2009, si sono comportati in un modo che definirei tra il dilettantesco e l’ingenuo. Io penso che la nuova compagnia possa aver successo. In caso contrario vorrebbe dire che nel nostro Paese non c’è spazio per alcuna compagnia aerea di diritto italiano, con lavoratori italiani, che paga le tasse qui.

 

Vede delle criticità nell’operazione?

L’aspetto senz’altro problematico è quello relativo agli esuberi, anche se sono state predisposte forme di sostegno al reddito e di ricollocazione. Non bisogna poi dimenticare che l’alternativa poteva essere seriamente il fallimento e quindi l’azzeramento dei posti di lavoro.

 

Come giudica l’investimento di Poste italiane in Alitalia?

Sono contrario al fatto che un’azienda postale compri quote di una società di trasporti aerei di persone. Va detto però che stavolta c’è qualche ragionevole prospettiva di non perdere i soldi investiti, grazie anche alle condizioni poste da Caio, come quella della costituzione di una midco. L’ingresso di Poste in Alitalia, avvenuto a fine 2013, è stato invece un contributo che si sapeva essere a fondo perduto.

 

A differenza del Piano fenice, questa volta si vuol puntare sui voli di lungo raggio. La strategia avrà successo?