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FINANZA/ Draghi e Renzi, quelle lettere "nascoste" dai media italiani

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Mario Draghi (Infophoto)  Mario Draghi (Infophoto)

La stampa italiana ha dato grande rilievo ai commenti del Presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, al termine del Consiglio dell’istituto del 7 agosto, sull’urgenza delle riforme e sulla minaccia secondo la quale gli Stati dell’eurozona che non le effettuano nei tempi e nei modi necessari dovranno trasferire parte della loro “sovranità” alle istituzione comunitarie. Il Presidente del consiglio Matteo Renzi si è detto pienamente d’accordo con Draghi, forse equivocando sul fatto che il Presidente Bce si riferiva a riforme economiche (e riduzioni dei costi della politica, quali prebende, portaborse e “rimborsi” elettorali) e non alle riforme istituzionali.

Draghi è stato professore di economia internazionale a Firenze e ben sa che le riforme istituzionali di norma comportano un rallentamento temporaneo dell’economia prima di sprigionare i loro effetti positivi. Renzi si è detto anche certo che non riceverà alcuna lettera da Draghi analoga a quella dell’estate 2011. Non sappiamo come faccia a sentirsi così sicuro, tanto più che tutti i boy-scout conoscono l’aforisma di Benjamin Franklin secondo il quale “al mondo ci sono unicamente due certezze: le tasse (che Renzi conosce bene, ndr) e la morte”.

Tuttavia, molto più interessante del carteggio (per ora rinviato) tra Draghi e l’Italia, è la lettera inviata il 5 agosto (ossia prima del Consiglio Bce) dal Fondo monetario internazionale alla Presidenza Bce (e non solo) e ribadita (con un’appendice esplicativa) la sera del 7 agosto. È una lettera ignorata dalla stampa italiana, di cui, però, qualcosa è trapelato su quella internazionale.

Si tratta di un documento scritto per il Fmi da Laurence Ball, professore di quella Johns Hopkins University dove ho studiato per due anni e insegnato per un decennio. Ball è anche socio dell’autorevole National Bureau of Economic Research. Chi desidera il testo integrale scriva direttamente, a mio nome a lball@jhu.edu facendo riferimento al documento IMF 14/92. Nel testo, si esamina se sia ancora appropriato mantenere un “inflation targeting” del 2% l’anno. Com’è noto, lo statuto della Bce prevede interventi dell’istituto (diretti a calmierare l’inflazione) se il “tasso armonizzato dei prezzi al consumo” minaccia di superare il 2% l’anno. Con un’analisi econometrica molto serrata, Ball dimostra che con un inflation targeting del 4% la crisi che travaglia l’eurozona (e in particolare l’Italia) sarebbe meno severa e i rischi che consumatori, produttori e commercianti si diano alla bella vita “minimi”.


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