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SPY FINANZA/ Moody's, FT e la "recita" che deve preoccupare gli italiani

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Sulla stoccata del presidente della Bce, Mario Draghi, il presidente del Consiglio è d’accordo sulla necessità delle riforme «ma come le faremo lo deciderò io, non la troika, né la Commissione europea. Il nostro modello non è la Spagna ma la Germania». Renzi poi ha aggiunto di non avere alcuna intenzione di sforare il tetto del 3% del deficit/Pil: «È una vecchia regola, ma resta una questione di credibilità e reputazione per l’Italia, anche se altri lo supereranno» e ha auspicato migliori cifre di crescita nella seconda metà dell’anno, in modo che il deficit si attesti al 2,9%.

Non fatevi abbindolare, Renzi non ha davvero intenzione di andare allo scontro con Draghi, anzi. Lo fa per non farsi vedere pavido in patria, ma il Premier ha bisogno della Bce, è la sua unica speranza per riuscire davvero a fare le riforme che lui non è in grado di portare a casa: fingono di alzare i toni, ma sono d’accordo su tutto, il copione è già scritto, lo spauracchio della troika è il miglior alleato del governo. Ora, al netto di tutto queste cose, di cui è giusto dare conto, sono altre le questioni che devono preoccuparci. Nella fattispecie, la grande rotazione che potrebbe prendere forza se la tensione in Iraq dovesse salire ulteriormente.

Venerdì scorso, infatti, gli investitori hanno cominciato a scaricare azioni a favore di titoli di Stato sicuri proprio sulla scorta delle sempre crescenti tensioni geopolitiche: dalla ricerca del rendimento, si sta passando al bene rifugio, come vi dico da settimane. Per Markus Huber, analista della Peregrine&Black, «il tasso a cui gli investitori stanno scaricando azioni sta continuando a salire di pari passo con le tensioni internazionali». Il rendimento del decennale Usa continua a scendere, così come quello del Bund e dei Gilt britannici: per la carta statunitense siamo al 2,39%, mentre quella tedesca addirittura all’1,05%. E la cosa che ci deve fare più paura, al di là delle sparate di Moody’s, è contenuta nei grafici a fondo pagina: il mercato statunitense delle obbligazioni ad alto rendimento continua a essere sotto pesante pressione e lo sarà sempre di più fino al meeting della Fed di Jackson Hole previsto per il 22 agosto, quando forse capiremo qualcosa di più rispetto la volontà della banca centrale Usa di alzare i tassi di interesse.

Nella settimana terminata il 6 agosto, gli investitori hanno ritirato dai fondi che trattano obbligazioni junk qualcosa come 7,1 miliardi di dollari, mentre l’oro è ormai stabilmente sopra quota 1300 dollari l’oncia, altro segnale che la tensione sta salendo e non poco. Per Jonathan Sudaria, dealer alla Capital Spreads, «il quadro geopolitico è già esplosivo vista la crescente tensione in Ucraina, ma il fatto che un’altra fonte di instabilità stia emergendo in Iraq potrebbe portare il sentiment del mercato ulteriormente al ribasso». E se ci si lancia sui beni rifugio, capite bene che il nostro spread verso il Bund non può che salire. Un qualcosa che forse a Draghi e Renzi non darebbe fastidio, perché arrivare a settembre con il differenziale a quota 200 od oltre, potrebbe di molto facilitare il lavoro: a quel punto, sarebbe “emergenza”, come nel 2011 e allora anche le pillole più amare divengono più facili e necessarie da ingoiare. Non credete a ciò che vi dicono, leggete tra le righe.

 

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