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Economia e Finanza

SPILLO/ Renzi e lo "struzzo" che lascia l'Italia senza sovranità

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A Francoforte non sono certo un mistero le riconosciute straordinarie doti politiche del banchiere italiano, che prima hanno consentito il varo del programma salva-euro (e salva-Italia con esso) di acquisto illimitato di bond (le note Outright monetary transactions, Omt) con il consenso dell’intero direttivo Bce, compreso quel Jörg Asmussen, suo potente vicepresidente nominato dalla Merkel, e voto contrario della sola Bundesbank, e poi, nelle recenti e vaste operazioni annunciate per indirizzare il tasso di inflazione al target dei trattati del 2%, hanno portato anche la Banca centrale tedesca a condividere i medesimi obiettivi. Una faticosa e paziente opera diplomatica sacrificata sull’altare di un’intervista dai chiari destinatari domestici e che poco ha aggiunto a quanto il Premier nella sua bulimia comunicativa ha già detto.

Sotto questo aspetto, quella rivendicazione di autonomia decisionale, che avrebbe potuto essere fatta valere in altre sedi e forme, non ha servito gli interessi nazionali. Sotto altri appare perfino più dannosa. E mettere in guardia dalla politica che aspira “a cambiare verso” alle cose senza prima conoscerne il verso naturale. L’euro, piaccia o no, ha instaurato un gigantesco condominio. Nel quale l’incendio ai piani delle proprietà contigue non può “far stare sereni” i condomini. Esiste un evidente principio dei vasi comunicanti tra le economie parti di un’unica area monetaria.

A colpi di trattati (il Patto di stabilità e crescita, il cosiddetto Fiscal compact ma anche il trattato sul Fondo salva-Stati Mes) e di fonti secondarie (i regolamenti two-pack, six pack), la libertà di spesa dei paesi euro è stata definitivamente imbrigliata e con essa la sovranità fiscale sui saldi dei bilanci nazionali è andata sostanzialmente persa. Le politiche microeconomiche sono ancora, nel loro aspetto decisionale, affare invece degli Stati. Le riforme del mercato del lavoro, delle pensioni, del welfare e le politiche per la crescita in generale, sono oggi semplicemente coordinate, durante il semestre europeo, attraverso il Piano nazionale di riforma sottoposto alla Commissione, secondo il cosiddetto “Open method of coordination”. Tale metodo, di “interazione spontanea” tra Stati e Istituzioni Ue, non dispone di poteri coercitivi e dunque scoprono l’acqua calda i governi (l’aveva fatto anche Hollande sulla sua controriforma delle pensioni criticata dalla Commissione) che rivendicano l’ultima parola in argomento.

Tuttavia anche gli ultimi degli economisti sanno che la crescita di un Paese, nel contesto di vasi comunicanti indicato, è un bene comune dell’area euro. Anche perché si possono serrare i cordoni della spesa quanto si vuole, ma senza la crescita, un Paese non è in grado di ripagare il suo debito. E questo non può non preoccupare tutti. Questa zoppia tra politiche fiscali e politiche economiche, in un’unione monetaria, la comunità scientifica sa che non potrà durare a lungo. Naturalmente lo sa anche Mario Draghi, ex professore di Politica economica internazionale.

Dunque, restando nel paradigma della moneta unica, le strade che all’Italia si aprono sono due. La prima è la scelta dello struzzo: far finta di non vedere queste dinamiche delle aree monetarie. Non curarsi di queste “forze irresistibili” sottostanti, che hanno già messo in sofferenza i principi democratici. Stracciarsi le vesti, ora come allora, se un banchiere centrale privo di legittimazione democratica scrive una lettera nella quale detta le politiche economiche sostanzialmente commissariando la politica di un Paese dannosa a se stesso e agli altri. Ma alla fine accettare lo status quo nel quale, com’è noto, peraltro dentro e fuori l’area della moneta unica, i creditori fanno le regole (nell’area euro evidentemente di più per la governance “imposta” dalla moneta comune).