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SPY FINANZA/ Il "teorema" che riaccende il giallo dell'oro italiano

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Il richiamo di Quadrio Curzio al prestito concessoci dalla Germania proprio in quegli anni cade, quindi, in acconcio. Ma non è sufficiente a risolvere le questioni che la proposta solleva e che meglio potranno analizzarsi quando l’illustre economista avrà fornito quel maggior dettaglio che la gravità del contesto donde muove e della soluzione formulata certamente esigono.

Allora lo “stato di assedio” risultava da manovre speculative sulla nostra divisa nazionale e il prestito garantito con l’oro italiano - la cui restituzione, una volta estinto il debito, fu solertemente perseguita e ottenuta dal Governatore in carica - configurava un rapporto tra Stati sovrani. Oggi il pegno - non può desumersi, dallo scritto di Quadrio Curzio, se regolare o irregolare - dovrebbe servire a rimodulare modi e termini dell’adempimento dell’Italia alle obbligazioni contratte con il Fiscal compact, senza che si sappia precisamente: a) chi sia il prenditore del pegno e a quale titolo (Quadrio Curzio indica alternativamente e congiuntamente la Commissione e la Banca centrale europea); b) quale sia dunque il regime giuridico che regolerebbe la costituzione della garanzia; c) chi diverrebbe proprietario dell’oro nel caso in cui l’Italia non fosse in grado di rendere le prestazioni in ipotesi promesse a fronte della suddetta rimodulazione degli obblighi di cui al Fiscal compact e, prima ancora, chi e come dovrebbe giudicare dell’esattezza dell’adempimento.

Al di là di tali aspetti - che pure non sono di mero dettaglio o de iuris subtilitatibus - si deve altresì considerare che la causa prima della proposta parrebbe doversi individuare nell’assenza, in capo allo Stato nazionale, di quelle sue essenziali funzioni (tra le quali, com’è noto, la moneta e il governo della liquidità) delegate (o cedute?) alle istituzioni comunitarie, che, se ancora disponibili, permetterebbero la difesa dall’“assedio” anche senza impegnare, è proprio il caso di dire, le riserve auree.

Più ancora, lo stato d’eccezione nel quale versa il nostro Paese è determinato anche e innanzitutto dalla struttura del cosiddetto ordinamento comunitario, che, mentre assume in capo a sé le suddette funzioni, non ha alcuno specifico obbligo di soccorrere gli Stati membri quando la congiuntura economica o altri fattori non permettano ai medesimi di procedere nel percorso di unificazione del quale pure il Fiscal compact dovrebbe (asseritamente) essere strumento. Il versante passivo della sovranità (e pertanto i doveri di mantenimento e di cura delle collettività nazionali), insomma, separato ormai da quello attivo, continua a gravare sugli Stati nazionali, la cui disponibilità di mezzi viene ormai determinata ab extra.

In tale contesto, lo Stato che versi in particolari condizioni di difficoltà - in assenza di intervento di chi detiene gli Hoheitsrechte - è ridotto quasi a un soggetto di diritto comune, il cui potere è di natura essenzialmente patrimoniale e non può far altro che cedere o tentare di cedere ai propri creditori le “pertinenze della sovranità”, quelle cose cioè che a esso appartengono per il soddisfacimento di necessità “esistenziali” della collettività, dagli assets strategici (ad esempio, nel settore dell’energia), ai beni del demanio necessario, sino, appunto, alle riserve auree e, addirittura, al territorio (e, frattanto, perdendo corrispondentemente capacità di autodeterminazione politica, trovandosi magari perciò costretto a riarticolare in tal senso la propria struttura istituzionale).


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