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SPY FINANZA/ Il "teorema" che riaccende il giallo dell'oro italiano

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È da chiedersi, però, se e in che misura ciò corrisponda al sistema europeo, per come delineato dai Trattati, e, con specifico riferimento all’Italia, a quei criteri di parità (e non di mera eguaglianza) exart. 11 Cost. in forza dei quali essa ha sottoscritto i patti fondativi. In proposito, il dibattito - quando non irretito da prudenze onomastiche e concettuali - ha rivelato elementi degni della più attenta riflessione, ad esempio per quanto attiene alla compatibilità tra i Trattati e la disciplina dei cosiddetti parametri di bilancio e di indebitamento. Si rileva, infatti, agevolmente che, nell’assetto attuale, i “congegni” europei si prestano facilmente, troppo facilmente, allo sviamento di potere e a contese egemoniche.

In ultimo, possono nutrirsi seri dubbi in ordine al permanere di un potere dispositivo dello Stato sulle riserve auree, il cui regime giuridico (sul quale opportunamente lo stesso Quadrio Curzio ha sollecitato la riflessione dei giuristi), ad avviso di chi scrive, è assimilabile a quello del demanio necessario: successivamente alla riforma della Banca d’Italia, realizzata con il d.l. n. 133/2013, però - fermi restando i profondi dubbi di illegittimità costituzionale - tali riserve, come si è avuto modo di illustrare su queste pagine - entrano a comporre il patrimonio di un ente pubblico partecipato, in misura quasi totalitaria, da soggetti privati, il valore dei cui titoli di capitale è determinato anche dall’oro: essi ben difficilmente acconsentirebbero a disporre delle riserve, se non ricevendo a loro volta garanzia della reintegrazione del patrimonio per l’ipotesi in cui le medesime, per fatto di un terzo (cioè dello Stato), dovessero essere attribuite al creditore pignoratizio.

Come si vede, il tema dell’oro di Bankitalia - bene ancor oggi essenziale, a dispetto delle opinioni che lo ritengono retaggio di un’epoca tramontata - è di primario rilievo: l’imprevisione (non si sa quanto involontaria) del d.l. n. 133/2013, che non contiene alcuna espressa disposizione in materia - nonostante le proposte emendative presentate in sede di conversione - avvalora il convincimento che la privatizzazione dell’Istituto centrale abbia determinato la definitiva sottrazione di tale strumento alla (residua) sovranità italiana.

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