BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SPY FINANZA/ Il "teorema" che riaccende il giallo dell'oro italiano

Pubblicazione:domenica 17 agosto 2014

Infophoto Infophoto

Il 6 luglio scorso, con un editoriale pubblicato su Il Sole 24 Ore, il Prof. Quadrio Curzio, che già in passato (quando l’assetto proprietario della Banca d’Italia non era stato ancora riformato) aveva suggerito di ricorrere alle riserve auree nazionali per garantire un’emissione obbligazionaria che contribuisse ad alleviare il carico del servizio del debito e ad attenuare i conseguenti effetti negativi sull’economia nazionale, già depressa, è tornato sul tema, formulando, all’esito di un’articolata analisi, la seguente proposta: “Per dare concretezza alla nostra determinazione su riforme-crescita potremmo dare in pegno alla Bce e/o alla Commissione europea 10 milioni di once d’oro delle nostre riserve ufficiali (che sono in totale 79 milioni di once) equivalenti a 10 miliardi di euro circa al prezzo medio 2009-2013, condizionando la restituzione in base a frazioni di calo nel debito su Pil. Nulla lo vieta anche senza riandare al 1974-1978 quando la Germania ci fece un prestito (che oggi non chiediamo) solo contro la garanzia aurea. Saremmo così nell’ambito della continuità innovativa e del solidarismo liberale che piace a molti europeisti”.

La proposta muove dall’espresso presupposto per cui, stando a un “recente, notevole, studio di Mediobanca Securities, per rispettare il Fiscal compact dovremmo avere per i prossimi 20 anni un avanzo primario del 5% e una crescita del Pil del 2% ogni anno”. Ciò - rileva giustamente Quadrio Curzio - “è impossibile quali che siano le nostre riforme strutturali, che tra l’altro rendono il più delle volte sul medio-lungo termine”. Viceversa l’Italia ha bisogno, per favorire la crescita e rendere quindi possibile l’effettiva riduzione del proprio debito, di maggiore flessibilità per quanto concerne gli investimenti, che, a suo dire, potrebbe ottenersi mediante il suddetto pegno.

La misura in parola dovrebbe sostituire la manovra d’autunno della quale si parla con sempre maggiore insistenza e con evocazione, di volta in volta, di cifre crescenti, che sarebbe invece necessaria per adempiere agli obblighi che discendono dal Fiscal compact, allorché l’Italia, allo stato attuale e delle previsioni razionali, non sarebbe in condizione di onorarli per fatti (almeno in parte) a essa non imputabili, se si esclude l’actio (almeno formalmente) libera in causa della stipulazione di tale trattato.

Prima di far qualche cenno alla concreta realizzabilità dell’operazione prospettata, conviene osservare che l’ipotesi sottende uno scenario prossimo a quello di una minacciata disfatta bellica, che riporta alla mente le parole dell’allora Governatore della Banca d’Italia, Paolo Baffi, nella Relazione per il 1975 (p. 421), ove si legge testualmente: “La Banca d’Italia e l’Ufficio Italiano dei Cambi assolvono l’amaro compito di gestire un processo che, nel governo dei flussi monetari e valutari, ci assimila all’economia di stato d’assedio”.


  PAG. SUCC. >