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Economia e Finanza

FINANZA/ Le "previsioni" che portano l'Italia nel mirino della speculazione

Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan (Infophoto)Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Ciò potrebbe rendere i nostri mercati un bersaglio per la speculazione. Antonio Alonso della Università Tecnica di Lisbona e Antonio Jorge-Silva del servizio studi della Banca centrale del Portogallo - due economisti eterodossi e certo da non potere essere considerati ‘longa manus’ della Bundesbank - dimostrano nell’ISEG Working Paper No. 10/2014/DE/UECE che l’euro ha aumentato l’intensità dei meccanismi monetari di trasmissione con il risultato che gli Stati a più alto debito pubblico relativamente al Pil e a più bassa crescita economica sono quelli considerati dalle piazze internazionali a rischio di minor tenuta. Potremmo essere costretti a sganciarci dalla moneta unica o a esserne cacciati.

Tanto più che la Banca centrale europea non ha strumenti adeguati (dovrebbe iniziare con modificare i propri regolamenti di base, come argomentato su questa testata l’11 agosto) e l’unione bancaria è ancora largamente incompiuta (come documenterà un libro del centro studi Astrid in uscita tra qualche settimana). Se i singoli Stati europei andassero ciascun per conto loro in materia di politica di bilancio, l’esito sarebbe “la disintegrazione europea” - a cui è dedicato l’ultimo fascicolo del Journal of Common Market Studies - (è il titolo del saggio di Hans Vollaard dell’Università di Leiden in Olanda). E l’Italia sarebbe uno dei Paesi che più soffrirebbero di tale “disintegrazione”.

Che fare? Innanzitutto, non nascondere la trave nel nostro occhio indicando il fuscello in quello del vicino. In secondo luogo, affrontare sul serio i problemi economici del Paese, dopo essersi gingillati per mesi con riforme istituzionali che (anche ove fossero ben concepite e ben articolate) nei prossimi anni non porterebbero che a una riduzione della produzione e dell’occupazione. Occorre affrontare in via prioritaria i nodi del debito, della produzione e occupazione (aumentando la produttività, quindi la concorrenza, da cui la liberalizzazione dei mercati delle merci e dei servizi) e dando una volta per tutte un quadro stabile alle regole per il lavoro. 

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