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SPY FINANZA/ Russia e Ucraina, la "bomba" che rimbalza sui mercati

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Per Sterne, l’economia ucraina dovrebbe contrarsi dell’8% quest’anno e le possibilità di un default sono ora al 50%, con l’aggravante del domino rappresentato dal fatto che la gran parte di quel debito è detenuto da banche e istituzioni russe. Un quadro che, nello scenario peggiore, potrebbe propagare shock verso tutto il sistema finanziario dell’eurozona e altro: Franklin Templeton, uno dei più grandi soggetti finanziari per gestione di assets, aveva in portafoglio 7,3 miliardi di dollari di bond ucraini alla fine del 2013, posizione che riteneva non pericolosa poiché Kiev «era in ottima condizione economica e con ottime relazione con la Russia». Si è visto come è andata a finire. E poi guardate il grafico a fondo pagina: la hrivna, la valuta ucraina, è crollata del 40% da gennaio a oggi, qualcosa di devastante per governo e aziende che si sono finanziati sui mercati di capitale in valuta estera per qualcosa come 145 miliardi di dollari, a fronte di un aiuto da parte del Fondo monetario internazionale di soli 18 miliardi di dollari e che ora devono ripagare quel debito con una valuta che vale la metà di quando ottennero il credito.

Il gruppo agricolo Mriya ha già saltato alcuni pagamenti sul suo debito e ha richiesto la ristrutturazione di obbligazioni per 650 milioni di dollari, ma molte altre aziende sono sull’orlo del precipizio e rischiano di seguire questa strada: per Tim Ash della Standard Bank, «la situazione non può che peggiorare, ma andrà valutata caso per caso. Alla fine il Fmi potrebbe imporre un ristrutturazione del debito in stile greco, quindi con haircut, per i detentori di debito pubblico».

C’è poi il fronte russo, con un’economia ormai completamente ferma, se non addirittura congelata e con la minaccia di un calo del prezzo del petrolio, oggi a quota 103 dollari al barile dai 115 di inizio anno: per Chris Weafer della Macro Advisory, «se il prezzo scenderà sotto quota 100 dollari al barile, allora il calo potrebbe autoalimentarsi verso il basso ancora di più e la Russia finirà sotto una pressione davvero seria e grave». I continui aumenti dei tassi di interessi praticati dalla Banca centrale nel tentativo di difendere il rublo, poi, hanno bloccato il flusso di credito verso le piccole e medie aziende e portato a un crollo del 23% nella vendita di automobili nel solo mese di luglio: è in atto una contrazione generalizzata, con il rischio di contagio a causa delle sanzioni che stanno portando le banche statunitensi ed europee a tagliare qualsiasi tipo di esposizione verso la Russia, vista ormai come un investimento ad alto rischio.

Da inizio luglio nessuna azienda russa è riuscita a finanziarsi con prestiti in dollari, yen, euro o sterline: soltanto Lukoil è riuscita a ottenere un prestito da 1,5 miliardi di dollari da JP Morgan ed Evraz per 500 milioni, praticamente noccioline visto il livello di cui stiamo parlando ma ormai le porte di stanno chiudendo per tutti. Il gigante petrolifero Rosneft ha richiesto un prestito da 40 miliardi di dollari al fondo sovrano russo ma non per restare sul mercato, bensì solo per pagare il debito in scadenza nei prossimi mesi. Certo, quel denaro non serve tutto e subito ma per Weafer la situazione è di quelle pericolose: «Anche se non c’è l’urgenza immediata, Rosneft si è messa in coda e cerca di prenderne la testa. Se le sanzioni andranno avanti, magari arrivando fino all’inizio del 2015, allora quella coda diventerà infinita. Ma non potranno esserci soldi sufficienti per tutti, soprattutto con un rublo in caduta libera e l’economia ferma, se non in recessione».

Insomma, stiamo giocando a volano con una bomba a mano senza spoletta: la speranza è che a Berlino si ottenga qualche risultato concreto. Altrimenti, tutti avremo un conto da pagare. Anzi, tutti tranne uno. Come al solito, d’altronde.

 



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