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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Soros e la "scommessa" sul crollo dei mercati

George Soros (Infophoto)George Soros (Infophoto)

Io ho una mezza convinzione: ovvero, che la Fed non può e non farà collassare la bolla del mercato un’altra volta, dopo la mossa di Alan Greenspan agli albori della crisi. Il perché è presto detto ed è splendidamente spiegato dal primo grafico a fondo pagina: il 50% degli assets dei portafogli di investimenti dei fondi pensione americani è investito in titoli azionari, contro solo il 20% in titoli di Stato Usa. Pensate che in Giappone, quella cifra - ovvero l’esposizione all’azionaria per i fondi - è di meno del 10%, mentre in Germania tra il 2005 e il 2012 gli stessi fondi pensione hanno dato vita a una rotazione enorme fuori dall’azionario e verso l’obbligazionario, portando la percentuale di investimento in titoli da più del 30% a meno del 5% attuale.

Ma c’è qualcuno che invece scommette e pesantemente su un crollo del mercato, anche andando contro le evidenze che vi ho appena esposto ed è qualcuno che di investimenti se ne intende: George Soros. Il quale, attraverso il suo Soros Fund Management, ha aumentato la sua posizione ribassista sull’Etf che traccia l’indice S&P 500 di Wall Street, meglio conosciuto come Spy. A febbraio la posizione put era già da record, trattandosi di una scommessa ribassista per un nozionale di 1,3 miliardi di dollari, mentre oggi si scopre che nel secondo trimestre di quest’anno (terminato il 30 giugno) la sua scommessa put sullo Spy è salita al record di 2,2 miliardi di dollari, oltre 11 milioni di opzioni, quasi il doppio del precedente record e qualcosa come il 17% dell’intero valore di mercato degli assets gestiti dal fondo (Aum, Assets under management), come ci mostra il secondo grafico.

Molti rivali di Soros invitano a non drammatizzare questa mossa, vista come un controbilanciamento delle molte posizioni long detenute dal fondo su titoli azionari, ovvero una pura operazione di hedging, ma c’è qualcosa di molto interessante nei dati sul secondo trimestre del Soros Management Fund: ovvero, un aumento nel portafoglio di investimenti di 8,5 milioni di azioni dell’azienda petrolifera statale argentina Ypf. Ma come, l’Argentina per la seconda volta in default è una preda ambita per la vecchia volpe Soros?

Qualche numero può farci capire meglio ciò che la disinformazione dei grandi media sta omettendo di dirci sulla realtà del Paese sudamericano e della sua situazione economica, a fronte della sfida degli hedge fund e della Corte di New York che ha imposto a Buenos Aires di pagare senza haircut i bond in scadenza. Rispetto a quando fece default tredici anni fa, infatti, la situazione economica argentina è decisamente più stabile. La ratio debito/Pil è passata dal 166% del 2002 al 46% del 2013, numeri che farebbero gola a molti Paesi della cosiddetta periferia dell’Ue e anche agli Usa. Di più, il tasso di disoccupazione è passato da oltre il 20% al 7% e il Pil, nel medesimo lasso di tempo, è cresciuto di sei volte. Unica criticità, l’inflazione ancora oggi a doppia cifra.