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SPY FINANZA/ Fed, un "dilemma" che fa paura ai mercati

Pubblicazione:lunedì 25 agosto 2014

Janet Yellen (Infophoto) Janet Yellen (Infophoto)

Tanto tuonò che non scese nemmeno una goccia. O, se preferite, molto rumore per nulla. Si può riassumere così il tanto atteso meeting dei banchieri centrali a Jackson Hole, un concentrato di equilibrismo politico-economico in grado di non scontentare troppo nessuno, ma, soprattutto, di non dare mezza indicazione reale al mercato riguardo gli sviluppi che dobbiamo attenderci da qui a fine anno. Cominciamo da Janet Yellen, numero uno della Fed, a detta della quale l’economia americana si sta avvicinando agli obiettivi di piena occupazione e stabilità dell’inflazione fissati dalla banca centrale, motivo per cui il dibattito all’interno della Federal Reserve americana si sta «naturalmente spostando» sulla tempistica di un aumento dei tassi di interesse, che potrebbe arrivare «prima del previsto», ma solo se i progressi del mercato del lavoro saranno più rapidi delle attese.

Come vi ho detto, tutto e niente: si minacciano tassi in aumento prima del previsto, ma solo se alcuni dati macro andranno in un certo modo. Ben capite che, se i mercati dovesse mandare scossoni, quei miglioramenti come per magia svaniranno. Infatti, nel passaggio successivo, la Yellen ha dichiarato che se, invece, i miglioramenti saranno più lenti, i tassi potrebbero salire con più cautela: «In questo contesto non c’è una ricetta semplice sulla politica monetaria appropriata, che in ultima analisi deve essere portata avanti in modo pragmatico». E ancora, sempre più vaga: «La politica monetaria non si deve affidare a uno specifico indicatore (per esempio, i dati sull’occupazione, ndr) o modello, ma deve piuttosto riflettere le valutazioni in corso su un’ampia gamma di informazioni inserite nel contesto della comprensione di un’economia in evoluzione. Motivo per cui un’economia deludente potrebbe rendere la Fed più accomodante di quanto attualmente preveda».

Unica conferma, almeno a parole, la conclusione del processo di “taper” del Qe, il programma di espansione monetaria: «Il programma di acquisto di bond e titoli (attualmente pari a 25 miliardi di dollari al mese, ndr) sarà completato a ottobre», ha aggiunto Yellen, rilevando che l’economia americana ha fatto considerevoli progressi nel riprendersi dalla più sostenuta perdita di occupazione dalla grande depressione. «Questi sviluppi sono incoraggianti, ma cinque anni dopo la fine della recessione il mercato del lavoro deve ancora riprendersi completamente», ha precisato, avvertendo che «ci sono complicati scivolamenti strutturali nella struttura del mercato del lavoro che potrebbero aver portato a cambiamenti persistenti nella struttura stessa». Insomma, un gran minestrone di possibilità e ipotesi, ma non una sola ricetta chiara di guidance per il futuro prossimo.

E in effetti, questo grafico conferma la mia impressione: se negli ultimi anni il meeting di Jackson Hole si era rivelato uno strumento per fare soldi per i trader più lesti del mercato, questa volta l’avanzamento dell’indice Standard&Poor’s non si è registrato. Anzi, è andato addirittura in negativo: nel meeting del 2010, quando Bernanke svelò il piano del Qe si ottenne un avanzamento di 17 punti, l’anno dopo addirittura di 51, nel 2012 di 14, nel 2013 di 21, mentre quest’anno un bel -4.

 


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