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SPY FINANZA/ I guai "nascosti" dell’Europa

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In Germania il fenomeno lo chiamano “betongold”, l’oro dal cemento, la ricchezza creata dal rialzo dei prezzi degli immobili. Il mercato delle grandi città (in particolare, oltre a Francoforte, Berlino, Monaco di Baviera, Amburgo, Düsseldorf) è quello che ha messo a segno i rincari maggiori: a Berlino, un altro caso a sé, sono molti anche gli investitori individuali provenienti dagli altri Paesi europei: i prezzi restano in genere molto bassi rispetto alle altre capitali del Vecchio continente, anche se stanno recuperando il divario.

La Bundesbank ritiene che, nelle sette principali città della Germania, le quotazioni siano ora sopravvalutate di un 25%. Due i fattori che dovrebbero contribuire, stando agli esperti del settore, a una continuazione del rialzo dei prezzi: i tassi molto bassi da parte della Bce, appunto, che dovrebbero incoraggiare anche una popolazione tradizionalmente poco incline ad acquistare la casa dove abita (la percentuale è di poco più del 40%, nettamente inferiore a Paesi come Italia e Gran Bretagna) e ancora meno incline a indebitarsi e l’ottima situazione del mercato del lavoro, con la disoccupazione molto bassa e i salari reali finalmente in crescita, anche se ora la frenata dell’economia potrebbe far rallentare questa dinamica virtuosa.

Certo, all’allarme bolla manca comunque una componente essenziale, ovvero il boom del credito facile che ha costituito l’elemento principale dello scoppio in Paesi come Spagna e Irlanda: stando ai dati della Bundesbank, anche in un anno di mercato favorevole come l’ultimo, l’aumento dei mutui in Germania è stato appena dell’1%. Insomma, non c’è da gridare al pericolo immediato, ma nemmeno da scommettere troppo sul settore come driver economico per uscire dalla recessione. Ma non importa, sono bastate le parole di Mario Draghi e di fatto l’impostazione totalmente neutrale e confusionaria della guidance della Fed offerta da Janet Yellen per compiere il miracolo: euforia sui mercati, la paura è finita, si torna a investire nel grande casinò.

Strano però, perché in un ambiente di questo genere il rendimento del Bund tedesco, un classico bene rifugio, non avrebbe dovuto ritoccare ancora il minimo storico allo 0,9440%, anche se gli acquisti hanno interessato anche i cosiddetti Paesi periferici e il rendimento del Btp decennale italiano è sceso sotto quota 2,50% (spread Btp/Bund a 156 punti base) e quello del decennale spagnolo scende sotto la soglia del 2,30% (136 centesimi il differenziale Bonos/Bund). Insomma, si compra Europa col badile nella speranza che Mario Draghi faccia veramente “whatever it takes” per tenere insieme con la colla un continente che più disarmonico di così non potrebbe essere e non solo in tema economico.

D’altronde, col Portogallo che in settembre potrebbe tornare sul mercato obbligazionario primario con la prima emissione a lungo termine da quando è entrato nel programma di salvataggio della troika, come non avere fiducia? Chi ha provato le cure di Ue, Bce e Fmi, d’altronde, scoppia di salute. Pensiamo a Cipro, la quale sempre lunedì ha inviato un messaggio di speranza ai suoi partner europei, dopo la grande paura del default e il primo caso di bail-in bancario, ovvero correntisti e obbligazionisti che pagano il conto della crisi al posto dei governi. Bene, la Banca centrale di Cipro ha comunicato - rullo di tamburi - che in giugno, il dato più recente a disposizione, il numero delle sofferenze bancarie per gli istituti dell’Isola è salito al 45% dal già folle 44,3% di maggio, numeri che parlano di un quasi raddoppio dal 23,6% del marzo 2013, quando l’intero sistema bancario collassò e si dovette intervenire (con un annetto di ritardo, a dire il vero, giusto il tempo per le banche tedesche di rimpatriare i soldi che avevano depositato con vincolo di un anno nelle banche cipriote al 7% di interesse).