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SPY FINANZA/ Goldman Sachs e il “terremoto” che può affondare l’Italia

Pubblicazione:mercoledì 6 agosto 2014

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Forse allora non ero io la Cassandra ma mi limitavo solamente a dire le cose per come stanno in realtà. Signore e signori, la pacchia è finita: Goldman Sachs ha abbassato a “neutral” il giudizio sui bond dei paesi periferici di Eurolandia, sottolineando che «ai livelli attuali di spread pensiamo che per gli investitori non ci sia un cuscinetto sufficiente ad assumersi rischi di credito nei bond sovrani periferici a lunga scadenza e posizionarsi per un ulteriore restringimento dello spread. Data la nostra visione strategica sui bond core, ci aspettiamo che i rendimenti dei bond sovrani periferici aumentino nei mesi a venire e che la curva, accanto a quella del Bund tedesco, diventi più ripida».

Detto fatto: alle ore 16,40 il rendimento del Btp decennale si è impennato dal 2,570% di inizio giornata al 2,654%. Lo spread si è invece ristretto da 156 a 147 punti base ma solo perché si è impennato anche il Bund, passando all’1,182% dall’1,136%. Gli analisti di Goldman Sachs dedicano particolare attenzione all’Italia: «Siamo sempre più preoccupati per l’Italia, dove nei mesi scorsi i dati sull’attività economica hanno continuato a sorprendere al ribasso e le riforme istituzionali e strutturali non sono ancora state messe in atto». Goldman Sachs sottolinea che «l’outlook fiscale si sta deteriorando, mentre i tagli alla spesa e i piani di privatizzazione sono in fase di stallo. Fino a quando il Paese non metterà in atto qualcuna di queste esigenze e la crescita economica non sarà ritornata, un aumento dei rendimenti dei paesi core spingerà probabilmente gli investitori a chiedere rendimenti più elevati per i Btp, mentre tassi d’interesse più alti porteranno più grandi rischi economici e di credito». E, cari lettori, non servivano i pur bravissimi analisti di Goldman Sachs per arrivare a queste conclusioni, bastava un Bottarelli qualsiasi.

Com’era ovvio, Piazza Affari ha chiuso in calo dell’1,62% a 20.052 punti amplificando le perdite in scia all’apertura negativa di Wall Street e nonostante i dati macroeconomici americani migliori delle attese, che hanno così riacceso i timori di un rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve prima del previsto provocando flussi in acquisto sul dollaro: guarda caso, ciò che vi spiegavo nell’articolo di lunedì. L’ondata di vendite non ha risparmiato i titoli bancari, complice l’allargamento dello spread tra Btp e Bund e persino Unicredit ha chiuso in calo dell’1,01%, annullando di fatto in un solo colpo i guadagni accumulati a seguito della semestrale.

In particolare, i risultati del secondo trimestre sopra le attese del mercato (utile a 403 milioni nel periodo aprile-giugno e a 1,1 miliardi di euro nel primo semestre) hanno avvicinato l’obiettivo di 2 miliardi di euro di utile netto a fine anno, mentre il common equity tier 1 è salito al 10,4% superando il target del piano industriale fermo al 10%: tutte balle, il mercato prezza altro, prezza una tempesta sugli spread che potrebbe costare molto cara a banche come quelle italiane che hanno in pancia oltre 400 miliardi di Btp e già oggi sono in pieno deleverage per ottemperare alle richieste dei regolatori di Basilea. Non a caso, nel resto del comparto Mps ha perso il 4,54%, Ubi Banca il 3,74%, Bpm il 3,83%, Banco Popolare il 3,8%, Mediobanca il 2,41%, Intesa Sanpaolo il 2,36% e Bper lo 0,55%.


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