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FINANZA/ I "dogmi" della finanza che aiutano la crisi

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Contro questo perverso sistema economico si era scagliata a suo tempo la Chiesa nella Lettera Enciclica “Quadragesimo Anno” (1931), affermando che “ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare” (n. 105-106).

Ora i risultati di questa “dispotica padronanza dell’economia in mano a pochi” la possiamo vedere chiaramente; nonostante la crescita, infatti, la quota di americani che partecipa al mondo del lavoro è in continuo declino e la tenuta della società ne è infiacchita. L’eurozona invece ha smesso di crescere e le previsioni vengono di nuovo riviste al ribasso. La debolezza delle economie alimenta i problemi di iniqua distribuzione delle risorse, condizionata anch’essa dal livello dei tassi di interesse e dal suo rapporto di crescita dell’economia.

In altre parole, agli americani va male, mentre l’eurozona sta peggio. Ma è da sottolineare il fatto che ormai l’iniqua distribuzione delle risorse dipende dai tassi di interesse. La verità viene a galla! Infatti, è inutile dire che va tutto bene perché abbiamo fame e abbiamo un pollo a testa, quando poi si scopre che uno su cinque non ha più fame e si è già mangiato quattro polli. Perché è quello che accade nella realtà: lo ha scoperto l’economista Pareto, quando si accorse che il 20% della popolazione normalmente ha circa l’80% della ricchezza. E si parla di dati di quasi un secolo fa, non dell’altro ieri. E cosa fanno i nostri fantastici banchieri? Applicano a tutti il loro “tasso di interesse”, come se fosse la panacea a tutti i mali. L’unico dubbio è quale tasso applicare, cioè chi favorire e chi sfavorire. Nel dubbio, i potenti (chissà perché) vincono sempre. I popoli invece rimangono col cerino in mano.

Lo hanno già fatto, con mezzi limitati e in aree circoscritte, ma lo hanno fatto: come con la Grande Depressione del 1929. Un fiume di denaro nei mercati finanziari e poi il crollo repentino delle borse, con una nazione che è finita sul lastrico. E poi di nuovo alla fine degli anni Novanta, fino allo scoppio del 2000 e alla conseguente caduta dei mercati finanziari fino al 2002-2003. Poi la ripresa drogata dei mercati finanziari fino al 2007 e quindi la crisi odierna.

Comunque il fatto cruciale di questo momento storico è nella riflessione ormai diffusa che per i banchieri centrali si tratta di una sfida politica. E proprio questo è il punto critico e il fallimento dell’ideologia che ha sempre affermato l’indipendenza e la non politicizzazione delle scelte dei banchieri centrali: ora invece si scopre che la scelta del tasso di interesse è una scelta politica. La vera scelta, quella criminale, è quella di aver costruito un sistema finanziario e monetario nel quale uno strumento così poco duttile come il tasso di interesse decida del benessere di tanta parte della popolazione europea. E proprio questa è la motivazione principale per il ritorno delle monete nazionali: il fatto che non è possibile servire efficacemente e adeguatamente situazioni economiche e sociali tanto diverse come quelle interessanti i diversi popoli europei.



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