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FINANZA/ Italia, una "bocciatura" che affossa l'Europa

Pubblicazione:venerdì 12 settembre 2014

Mario Draghi (Infophoto) Mario Draghi (Infophoto)

Mario Draghi, atteso ieri sera a Milano, si è fatto precedere in mattinata da un aperitivo robusto, che è risultato, visti i toni, piuttosto indigesto per definirlo un happy hour. "Restano rischi sulle possibilità del governo italiano di centrare l'obiettivo di un deficit di bilancio pari al 2,6% del Pil nel 2014, soprattutto dopo che il quadro economico è risultato peggiore del previsto".

Pesano come pietre le parole del Bollettino della banca centrale europea che suggerisce "un ulteriore consolidamento del bilancio per essere in linea con il Patto di Stabilità". La sufficienza, insomma, non c'è ancora. Ma lo scrutinio negativo, notano gli sherpa di Francoforte, non è il frutto di inadempienze del Bel Paese. Anzi, si legge ancora, "le amministrazioni pubbliche hanno registrato nel primo trimestre di quest'anno un disavanzo pari all'1,6% del Pil su base annua". Questo risultato "segna un miglioramento di 0,2 punti percentuali sullo stesso periodo dell'anno scorso che può essere ricondotto principalmente a un calo della spesa pubblica, specie di quella in conto capitale, a fronte di un rapporto annuale entrate/pil annuo pressoché costante".

Insomma, i compiti li abbiamo fatti, ma a fronte "di un andamento congiunturale peggiore del previsto" bisogna moltiplicare gli sforzi. È importante, perciò, "rafforzare ulteriormente l'orientamento delle politiche di bilancio nazionali al fine di assicurare il rispetto degli obblighi del Patto di stabilità e di crescita, in particolare per quanto riguarda la riduzione del debito delle amministrazioni pubbliche rispetto al prodotto interno lordo". 

Il messaggio è chiaro. Accanto all'azione della banca centrale che si è apprestata (sfidando le ire della Bundesbank) a scendere in campo con i prestiti Tltro e l'acquisto di Abs è necessario che continui un'azione di contenimento della spesa per rispettare o raggiungere i parametri di Maastricht. Solo in questa cornice la banca centrale, al pari dei vertici dell'Unione europea scelti nei giorni scorsi (con il determinante voto della Germania) potrà promuovere la politica dei singoli Paesi e consentire una fiscal policy più aggressiva.

Il che equivale ad una complicata quadratura del cerchio: le riforme, spesso, hanno un costo iniziale rilevante che inevitabilmente si traduce in un aumento dei costi. Come è accaduto in Germania nel 2003, quanto il governo Schroeder, al momento di dare il via alle riforme del lavoro che portano il nome dell'allora dirigente della Volkswagen Peter Hartz, chiese ed ottenne la facoltà di forare il tetto ai ministri dell'Unione. Perché non prevedere un percorso del genere per l'Europa del Sud? L'obiezione è che, all'interno delle regole in vigore, i Paesi possono aver già oggi la flessibilità necessaria per invertire la rotta. E cedere su questioni di principio, è la tesi "rigorista", vuol dire consentire ai Paesi inadempienti (Italia e Francia in testa) di cancellare i buoni propositi.  


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