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RISIKO/ Il "bazooka" di Draghi ha bisogno della guerra in Europa?

Secondo PAOLO RAFFONE, in Europa è in atto una "guerra non-guerra" che per ora si compone di uno scambio di favori tra Usa e Russia. Qual è il futuro del Vecchio Continente?

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Che le generazioni degli attuali trentenni e quarantenni europei vivano nell’illusione che la situazione di pace e di prosperità possa perpetuarsi perché giusta, non sorprende. Spesso ultra scolarizzati, e in forza di ciò in posizioni apicali, nel business o di governo o di analisi politica, queste generazioni hanno solo avuto la conoscenza di una realtà teorica tradotta in regolamentazioni cristallizzate, cioè rappresentazioni procedurali dell’immanente che presumevano l’irreversibilità della condizione.

Non sorprende, quindi, che queste generazioni assuefatte alle comodità intellettuali della pace ricevuta – e del corollario neoliberale degli anni 80 che imponeva la monade ideologica di indivisibilità tra prosperità e diritti politici – non riescano neppure ad immaginare che vi possa essere il conflitto, sia esso armato, sociale, ideologico, nazionale o religioso. Queste generazioni sono stupite dalla scoperta che la condizione immanente è puramente estetica, mentre esiste solo un futuro molteplice e imprevedibile che non smetterà mai di sorprenderci.

Cresciuti nella cuspide della “guerra giusta” promossa dal neo egemonismo mondiale americano degli anni 90, essi hanno integrato moralmente e concettualmente la lezione della distruzione della Repubblica Federale Jugoslava che ha subito le modifiche delle sue frontiere ad opera dei bombardamenti “umanitari” americani in Bosnia (1995) e poi di quelli Nato in Serbia (1999). Né la costruzione di frontiere etniche su pretese pregresse linee statuali ridisegnate attorno a quelle delle repubbliche federate, né la creazione dal nulla dello stato del Kosovo li ha scossi. Tutto è stato ricondotto alla normalità della procedura della “guerra giusta” conclusasi con la panacea delle conferenze internazionali. Uno scenario di “guerra non-guerra” che si ripropone anche oggi nei confronti delle repubbliche ex sovietiche dell’Europa centrorientale o di quelle del Medio Oriente e del Nord Africa.

Convinti che Internet e la finanza fossero i potenti canali che dimostravano l’irreversibilità, i simboli visibili del mondo interconnesso, queste generazioni non hanno colto il pericolo che i capitali e le comunicazioni digitali senza controllo, oltre qualsiasi confine nazionale, ponevano per la sostenibilità di quel Washington consesus che la pace e la prosperità aveva fin lì garantito loro. Essi scoprono, solo adesso, che la mondializzazione ha ridistribuito potere ai rivali, e che in assenza di guardiani del multilateralismo essa non può che avvitarsi in un disfacimento caotico.

Sotto i loro occhi, dal 2001 e soprattutto dopo il 2007, si sta compiendo un riflusso storico di portata epocale che include la ri-nazionalizzazione della finanza, la sottomissione del sistema bancario al controllo regolamentare degli stati, il rallentamento dell’integrazione economica europea e la forte flessione dei flussi di capitali mondiali. Anche il mondo digitale vive un periodo di concreta limitazione – Cina, Russia, Turchia e paesi arabi ne limitano l’uso in base alle necessità della sicurezza nazionale, mentre gli europei tentano di proteggersi dagli abusi dell’intelligence e dai monopoli dei giganti digitali – che sta portando ad una balcanizzazione del web.