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SPY FINANZA/ I numeri che mettono l'Europa sul baratro

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E attenzione, perché se da un lato i mercati sono spaventati per l’esito del referendum sull’indipendenza scozzese previsto giovedì, prezzando già - in caso di vittoria del sì - un possibile effetto domino in Catalunya, altre spinte politiche decisamente di rottura stanno cominciando a prendere consistenza e vigore. Alternative für Deutschland, il partito fondato nel febbraio 2013 da Bernd Lucke, si sta infatti sempre più imponendo alle elezioni tedesche. Di ispirazione conservatrice e anti-euro, l’AfD, ha confermato la sua forza alle elezioni regionali di domenica in due Laender dell’ex Germania-est, la Turingia e il Brandeburgo (la regione di Berlino), due settimane dopo il successo nel voto in Sassonia. E si è conquistato l’apertura dei giornali tedeschi, dalla Faz che ha titolato “I conservatori dell’unione chiedono un cambiamento di corso”, adHandelsblatt che riportava un virgolettato di Lucke («I cittadini sono assetati di rinnovamento politico»). Alternative fuer Deutschland ha ottenuto, secondo dati non ancora definitivi, il 10,6% in Turingia e il 12,2% in Brandeburgo: «Sono felicissimo di questa dimostrazione di fiducia», ha dichiarato Lucke.

Il segretario generale della Cdu, il partito cristiano-democratico alla guida del governo federale tedesco, Peter Tauber, considera la vittoria dell’AfD una “sfida per tutti i partiti” e ha escluso qualsiasi alleanza con gli antieuropeisti. Per ora la Csu resta il primo partito in Turingia col 33,5%, con al secondo posto la sinistra dei Linke (28,2%) e al terzo i socialisti della Spd (12,4%). Insomma, un quadro di instabilità politica e non solo economica che potrebbe tramutarsi in qualcosa di esplosivo nei mesi a venire se la situazione non dovesse migliorare, soprattutto grazie al piano operativo della Bce, piano sulla cui conclamata inefficacia mi sono già espresso la scorsa settimana.

Sempre giovedì, infatti, in contemporanea con il referendum scozzese, si terrà la prima tornata della Tltro, il programma di finanziamenti alle banche varato dalla Bce per far affluire risorse all’economia reale, cui si andranno ad affiancare il piano di acquisti di Abs (impossibile nei volumi preventivati da Draghi e con tempi biblici, a meno di non operare anche sul lato “cattivo” delle cartolarizzazioni e non solo sul cosiddetto “mezzanine”) e il taglio dei tassi decisi a inizio settembre dalla Banca centrale europea, il bazooka di Mario Draghi per combattere la deflazione e rilanciare l’economia europea. Gli analisti di Unicredit si aspettano richieste comprese tra 180 e 225 miliardi euro, provenienti principalmente dai paesi periferici, quindi un obiettivo ben lontano dal totale atteso per le due aste, sintomo che da un lato le banche sono poco invogliate a partecipare perché con i tassi sui depositi in negativo parcheggiare il denaro overnight alla Bce impone dei costi, mentre dall’altro segnalano proprio il loro disagio rispetto al piano di acquisti selettivi sugli Abs, un qualcosa che non serve a ripulire i loro bilanci e che quindi non le spinge a prestare denaro all’economia reale, poiché gli ammontare su cui possono contare in concreto sono poca cosa rispetto a incagli, sofferenze, necessità di deleverage in vista degli stress test e rischi di nuovi prestiti e mutui destinati a divenire inesigibili con l’aggravarsi, testimoniata anche dall’Ocse, della crisi.