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SPY FINANZA/ Il "piano B" di Londra per il referendum in Scozia

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Insomma, molte incognite e molte versioni, ovviamente dipendenti dalle persone che le sostengono e dal loro orientamento verso il referendum. Ma ci sono anche delle certezze, tutte legate al fronte economico, che fanno davvero riflettere. Primo, le banche britanniche nelle scorse due settimane hanno spostato milioni di banconote in Scozia presso le loro filiali per evitare che i bancomat restassero a secco venerdì mattina in caso di vittoria del “Sì” e di conseguente bank-run di molti cittadini preoccupati per il proprio futuro e per quello dei loro risparmi. Secondo, ben più grave, gli investitori hanno ritirato circa 27 miliardi di dollari da asset finanziari britannici il mese scorso, il più grosso outflow di capitale dalla crisi di Lehman Brothers nel 2008, un atto che Morgan Stanley ha definito «una delle vendite più grandi di equity britanniche mai registrate prima».

Avete capito bene, sulla scorta dei timori per quanto potrebbe accadere in Scozia e stando a dati di CrossBorder Capital, solo nel mese di agosto si è verificato un outflow di 27 miliardi di dollari, contro un inflow di 8,9 miliardi registrato nello stesso periodo dello scorso anno, una fuga di capitali doppia di quella registrata da Australia e Germania messe insieme, mentre Francia, Usa, Cina e Giappone hanno attratto inflows netti.

E il trend non sembra destinato a ribaltarsi in tempi brevi, nemmeno in caso di vittoria del “No”, visto che in un report pubblicato martedì Bank of America-Merrill Lynch ha definito la Gran Bretagna «il posto al mondo meno popolare tra gli allocatori di assets», ovvero leggi gli investitori. I manager di fondi non solo sono underweight sui titoli del Ftse 100, ma i risultati di un sondaggio contenuto nel report parlano di un atteggiamento destinato a durare, ovvero restare lontani dal Regno Unito per un po’: il 16% degli interpellati dalla banca d’affari si è definito underweight su equities britanniche, mentre il 14% ha dichiarato che il Paese sarà quello verso cui intendono restare meno esposti nei prossimi 12 mesi. Inoltre, un quinto degli investitori interpellati ritiene che il Regno Unito sia il Paese con l’outlook sui profitti meno favorevole, un dato in crescita dal 12% registrato nel sondaggio dello scorso mese.

Il timore è principalmente legato a due soli concetti: la leva e il potere di acquisto, visto che ad esempio una Scozia indipendente si terrebbe per sé il 90% degli introiti delle vendita di petrolio, quindi una leva monetaria-fiscale ma anche di interconnessione con il Regno Unito. Ed ecco il terzo punto, perché attenzione, la situazione di conto corrente del Regno Unito, anche senza revenues dal petrolio, resta abbastanza critica.

Prendete il grafico a sinistra, ci mostra come sia stato abbastanza straordinario che il Regno Unito abbia abbozzato un inizio di ciclo economico con un deficit di conto corrente attorno al 5-6% del Pil attuale, visto che un livello simile per economie avanzate di solito si tocca nei periodi di boom o dopo anni di sovraspesa per import di consumi: molti analisti giunsero quindi alla conclusione che un ciclo simile non sarebbe potuto che finire, prima o poi, con una pesante crisi della sterlina. Quindi, in base al grafico di destra, di fatto sarebbe nell’interesse di Londra - nonostante i toni duri, precipitati poi nel patetico discorso con lacrimuccia scenografica di David Cameron - mantenere una sorta di unione monetaria con una Scozia indipendente, visto che al netto di Edimburgo in grado di detenere il 90% delle revenues del petrolio, il deficit di conto corrente del Regno Unito quest’anno andrebbe in area 7%, invece del 4,5% preventivato calcolando l’integrità dell’economia della Gran Bretagna.

 


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