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SPY FINANZA/ Il "piano B" di Londra per il referendum in Scozia

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Insomma, con il rischio di una sell-off sulla sterlina e la perdita degli introiti del petrolio per tamponare i gap del deficit di conto corrente (ciò che hanno fatto gli Usa negli ultimi cinque anni grazie al boom dello shale gas), di fatto è il Regno Unito ad aver maggiormente da perdere nel breve termine da un’indipendenza scozzese. C’è il forte rischio che se Edimburgo dirà addio al Regno Unito, quest’ultimo comincerà a pensare di fare lo stesso con l’Ue, visto che i capitali non si muoveranno più dal Nord del confine scozzese verso Sud, ma andranno fuori dal Regno Unito: proprio per la natura del ciclo economico anomalo che ha innescato, Londra ha un bisogno vorace di attrarre capitali e questo potrebbe diventare uno sforzo di un certo livello, soprattutto se i tassi cominceranno a salire e questa condizione di stress potrebbe farli lievitare in maniera più veloce del previsto e del gestibile, innescando una crisi in grande stile della sterlina, stile 1992.

Addirittura, per Ambrose Evans-Pritchard, «una vittoria del “Sì” potrebbe avere conseguenze impreviste, esattamente come gli eventi accaduti nell’Europa dell’Est nei tardi anni Ottanta, ribaltando l’asse su cui si basa l’Europa per la prima volta dal Trattato di Roma del 1957, con conseguenze davvero imprevedibili». E, sarà forse solo una combinazione, ma Londra appare proprio intenzionata a muoversi con largo anticipo verso un nuovo ordine che sta prendendo forma e che se non gestito con anticipo potrebbe mettere in crisi il motore della sua economia, ovvero quella City che garantisce un posto di lavoro su quattro tra operatori e indotto di servizi vari.

Venerdì scorso, infatti, il ministro delle Finanze britannico, George Osborne, ha annunciato un qualcosa che in molti hanno letto con una minaccia ma anche un grido d’aiuto verso l’alleato di sempre, gli Usa, affinché prendessero posizione contro l’indipendenza scozzese, cosa prontamente accaduta lunedì attraverso un portavoce della Casa Bianca: la Gran Bretagna sarà la prima nazione, eccetto ovviamente la Cina, a emettere bond denominati in renmibi al fine di finanziare le proprie riserve di valuta estera. Di più, lo stesso Osborne, stando a quanto riportato dall’agenzia Xinhua, avrebbe dichiarato che «questo è un momento storico e un’attestazione della fiducia britannica nel potenziale del renmibi di diventare la principale valuta di riserva globale».

Come avrete capito, qui sciovinismi e William Wallace vari c’entrano poco, il folklore di cornamuse e kilt è solo a favore di telecamere. In gioco quest’oggi in Scozia c’è molto ma molto di più. 

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