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SPY FINANZA/ Il "piano B" di Londra per il referendum in Scozia

Pubblicazione:giovedì 18 settembre 2014

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Il grande giorno della Scozia è arrivato, oggi le urne diranno se Edimburgo diventerà capitale di uno Stato sovrano oppure se il Regno Unito resterà tale. Fino a oggi abbiamo visto sterlina in fibrillazione e forte tensione nella City: ma davvero la Gran Bretagna deve temere il sempre maggiore consenso che sta guadagnando il fronte del “Sì” all’indipendenza, attualmente al 48% contro il 52% dei “No”? Al netto del principio di autodeterminazione dei popoli e dei sondaggi che, per dirla all’inglese, parlano di un risultato “too close to call”, ovvero troppo ravvicinato per avere delle certezze, ci sono infatti alcune domande che pendono senza risposta: se Edimburgo deciderà per l’addio a Londra, manterrà la sterlina come valuta oppure opterà per una nuova moneta o per l’euro?

A mettere un primo, duro paletto ci ha pensato il governatore della Bank of England in persona, Mark Carney, a detta del quale «una Scozia indipendente non può legittimamente entrare in un’unione valutaria che comporti l’utilizzo del pound, poiché un’unione siffatta comporta un’unione bancaria, libera circolazione delle merci e un backstop fiscale. E basta guardare al di là della Manica cosa succede quando queste tre variabili non sono ben presenti e al loro posto», ha concluso con un chiaro riferimento all’eurozona. A questo punto, il fronte del “Sì” resta con poche opzioni monetarie possibili: o l’utilizzo informale del pound, la cosiddetta “sterlingisation”, oppure provare a lanciare la propria moneta, avendo i funzionari europei già escluso a priori la possibilità di adottare l’euro per una Scozia indipendente.

E poi, il calcolo del debito pubblico e del Pil del Regno Unito verrà scorporato, ovvero la Scozia dovrà cominciare la propria avventura indipendente già con un notevole carico di debito e con parecchie risorse in meno, ad esempio, per finanziare il suo elefantiaco sistema di welfare, sanità in testa? Oppure è la Gran Bretagna a dover temere per l’addio di Edimburgo?

Con la vittoria del “Sì” il Regno unito perderebbe l’8% della popolazione, il 32% del territorio e il contributo del 10% all’economia britannica garantito da quella scozzese, pari a 150 miliardi di sterline, senza considerare l’industria petrolifera, oltre all’8,2% di tasse. Per gli indipendentisti, una Scozia sovrana potrebbe finalmente utilizzare i proventi derivanti dal petrolio per investire nello Stato sociale: il petrolio garantirà entrate fiscali pari a 57 miliardi di sterline entro il 2018 e sarà estraibile per altri 30-40 anni, assicurano i fautori del “Sì”, e il fracking nel mare del Nord potrebbe aumentare la quantità di greggio recuperabile.

Come anticipato, poi, la popolazione scozzese, meno sana e con minori aspettative di vita rispetto alla media britannica, comporterebbe costi rilevanti sulla spesa e la sanità pubblica. Inoltre, a tutt’oggi un milione di posti di lavoro dipende dall’unione e gli scambi commerciali con il resto della Gran Bretagna sono il doppio che con il resto del mondo. In caso di frontiere, dicono i sostenitori del “No”, la Scozia sarebbe indipendente ma meno interdipendente.


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