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Economia e Finanza

SPILLO/ Scozia, la "valanga" che può cambiare l'Ue

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In primo luogo, nel Regno Unito il Governo e il Parlamento di Londra sono ora costretti a concedere alla Scozia la “devoluzione” e l’autonomia che hanno promesso negli ultimi giorni della campagna elettorale; altrimenti, tra qualche anno potrebbero trovarsi di fronte a un nuovo referendum in cui le percentuali di vincitori e vinti potrebbero essere rovesciate. In secondo luogo, Madrid e Parigi farebbero bene a metabolizzare la lezione del referendum scozzese e a concedere subito la massima autonomia possibile alla Catalogna, ai Paesi Baschi e alla Corsica.

In terzo luogo, in numerosi Stati neo-comunitari, i cui confini sono stati tracciati nel 1944 a Yalta, si dovrebbero prevenire, con larghe misure autonomistiche, quelli che potrebbero diventare movimenti indipendentisti. Infine, per l’Italia ciò impone una riflessione su correzioni del Titolo V della Costituzione (come modificato nel 2001) tali, però, da non essere lette come una centralizzazione forzosa e forzata.

Ciò ha chiare implicazioni economiche sia in termini di accesso ai fondi comunitari sia in termini di regolazione europea - concepita per essere diretta agli Stati dell’Ue e che ora dovrà tenere conto di nuovi “attori”.

Effetti immediati sull’unione monetaria? Forse, specialmente se dopo il referendum e tenendo conto di una delle richieste scozzesi, il Regno Unito chiederà di farne parte. È una prospettiva incerta e lontana. Ove si verificasse, l’ingresso della maggiore piazza finanziaria internazionale modificherebbe drasticamente i connotati dell’eurozona. Ad esempio, potrebbero essere modificati gli statuti della Banca centrale europea, aggiungendo, a quelli di stabilità, obiettivi di crescita e occupazione delle aree più deboli. Come nella carta della Federal Reserve americana.

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