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FINANZA/ Sapelli: un nuovo "ordine mondiale" fa a pezzi l'Occidente

Pubblicazione:giovedì 25 settembre 2014

Mario Draghi (Infophoto) Mario Draghi (Infophoto)

E questo perché non si va alla radice del dramma in corso. Ossia, cambiare la politica monetaristica e fare la famosa mossa del cavallo: ampliare sì la domanda interna, ma soprattutto iniziare una nuova politica di investimenti pubblici, che Juncker ha fatto intravedere ma che oltre a non essere iniziata è gravemente insufficiente.

Occorre radicalmente cambiare strada, se non lo si farà le conseguenze saranno anche di mutamento strategico di potenza, con un’Asia e una Russia sempre più asiatica e sempre meno europea che riempiranno il vuoto della lenta ritirata degli Usa dal dominio mondiale nonostante il pericolo mortale dell’Isis.

Per capire veramente cos’è cambiato in questi ultimi anni, bisogna, però, risalire non alla crisi in corso ma alle sue origini. Si tratta di vari fenomeni solo apparentemente distinti ma l’un con l’altro legati. L’uno risale al crollo del sistema di Bretton Woods tra il 1971 e il 1973, quando il dollaro smise di essere moneta di riferimento e ci si avventurò in un sistema mondiale di alti tassi di interesse e di profonda volatilità dei rapporti tra le valute. L’eccesso di liquidità che si creò, grazie all’intensificazione dei rapporti oligopolistici sul fronte del commercio mondiale delle materie prime, generò un profondo spostamento tra valore della produzione e del plus-lavoro che ne derivava e valore della circolazione monetaria che iniziò a valorizzarsi a tassi molto più forti di crescita di quanto non fosse in passato di per se stessa e con se stessa.

La circolarità denaro-merce-denaro, dove il denaro finale era naturalmente superiore a quello iniziale realizzandosi nella produzione come plusvalore, non era più sola. Al suo fianco il denaro diveniva merce di se stesso attraverso una grande trasformazione dei meccanismi e delle regole di scambio (derivati et similia, scambiati in shadow banks e in shadow pools) per creare ulteriori masse di denaro da valorizzare a loro volta. Contestualmente il managerial capitalism, dove la proprietà era divisa dal controllo e il manager dominava l’azionista, veniva via via sostituito dall’owner capitalism, dove nominalmente l’azionista domina il manager, mentre in effetti è quest’ultimo a dominare l’azionista stesso, come dimostrano le stock options e le vertiginose ascese di stipendi variabili dei top-manager. Mentre si celebra lo share holder value si festeggia invece il predominio dei manager superpagati secondo algoritmi sconosciuti tanto agli azionisti quanto ai capitalisti.

L’inizio di questa intersezione tra owner capitalism, dominato dai manager stockoptionisti, e lo sviluppo delle forze produttive ha la sua acme nel lungo ciclo ininterrotto di crescita dell’economia statunitense, che dura dalla fine degli anni Ottanta fino alla prima metà del primo decennio del secondo millennio. Alla base di questo lungo ciclo, in cui pareva che il capitalismo non avesse più crisi, stava l’intersezione dell’owner capitalism con l’Itc, ossia con quel nuovo ciclo Kondatrieff di grappoli di innovazione nel campo delle telecomunicazioni, della valorizzazione sul piano spaziale dell’elettromagnetismo e insieme della miniaturizzazione tipica delle terre rare.


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COMMENTI
25/09/2014 - varie trappole e modalità per uscirne (antonio petrina)

Dalla trappola della deflazione dio ci liberi,nonchè dalla stagnazione economica e così dalla trappola della liquidità ,foriera di immobilismo per gli investimenti pubblici : perchè l'agenda 2020 ,sulla supervisione europea,non la si lascia ,così come daveri predica per i beni culturali italiani ,ad un pool nazionale-bruxellese,così da evitare una futura bocciatura dei conti italici?