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Economia e Finanza

FINANZA E POLITICA/ Ecco cosa c'è dietro al patto Marchionne-Renzi

Marchionne e Renzi (Infophoto)Marchionne e Renzi (Infophoto)

Ci possono essere molte spiegazioni umane (il feeling personale tra due “rottamatori”) e utilitaristiche (in Italia e in Europa è buio pesto per la Fiat che deve ricorrere di nuovo alla cassa integrazione). Non solo: negli Usa l’industria dell’auto corre anche perché è stata ristrutturata con l’aiuto dello Stato e oggi è sostenuta dal credito facile (i prestiti subprime vengono usati per comprare vetture a quattro ruote). Se il Governo italiano rilanciasse la domanda interna o sostenesse l’automobile le cose andrebbero meglio anche per la Fiat. Ma ci sono motivi d’interesse anche dietro le bordate di Della Valle (lo scontro su Rcs o la crisi di Italo, come è stato detto più volte).

Tuttavia, l’alleanza tra il manager dal pullover nero e il Premier in camicia bianca ha dietro il comune obiettivo di chiudere l’era della conflittualità permanente. L’articolo 18 è solo una tappa in questo cammino. Per Renzi significa ripetere in Italia quel che ha fatto Tony Blair in Gran Bretagna. Per Marchionne vuol dire portare a compimento quella profonda trasformazione nell’organizzazione produttiva e nell’uso della forza lavoro che ha realizzato negli Stati Uniti e ha cominciato a Pomigliano d’Arco.

Negli Usa il sindacato dell’auto, tradizionalmente il più forte e militante tra le organizzazioni dei lavoratori, è diventato uno che risolve i problemi, in Italia è uno che li crea: da una parte un problem-solver dall’altra un trouble-maker. Lo scontro è stato durissimo anche a Detroit, tanto che quando cinque anni fa venne firmato l’accordo tra Fiat e Chrysler il rappresentante dello United Auto Workers rifiutò di stringere la mano a Marchionne accusandolo di voler “distruggere un secolo di contrattazione sindacale in America”. Oggi il nuovo capo dello Uaw è arrivato ad abbracciare in pubblico il top manager indicandolo come un esempio di collaborazione diretta tra operai e impresa.

Anche in Italia negli stabilimenti dove la base ha accettato (la Fiom dice ingoiato) la linea Marchionne, il nuovo sistema ha fatto passi avanti, è caduto l’antico sistema piramidale Fiat per creare una organizzazione orizzontale. Ma le resistenze sono ancora forti, e in ogni caso scavalcare i sindacati esterni, soprattutto la Fiom, resta ancora difficile.

Marchionne, dunque, ha bisogno che il potere sindacale abbia un sostanzioso ridimensionamento su scala nazionale e anche a livello politico. E ne ha bisogno anche Renzi il quale gioca una partita decisiva per assumere il controllo non solo e non tanto del Partito democratico, ma del reticolo di potere che lo sostiene, al centro del quale c’è ancora la Cgil.