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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Il "metodo subprime" per finanziare il debito Usa

Il Governo degli Stati Uniti, spiega MAURO BOTTARELLI, si comporta come uno dei debitori subprime, tanto famosi per essere stati al centro della crisi nel 2008

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Lo sapete che gli Usa sono il peggior debitore subprime del mondo? No? Bene, vi spiego il perché. È da poco passato il sesto anniversario del crollo di Lehman Brothers, l’evento simbolo della grande crisi finanziaria e quello che ci ha lasciato in dote la concezione ormai diffusa a tutti i livelli sociali in base alla quale la ragione di quel fallimento fosse legato ai famigerati subprime, ovvero il fatto che banche e istituzioni finanziarie prestassero denaro a cittadini che non avevano palesemente i mezzi per ripagare quel debito. Da qui, la destabilizzazione del sistema finanziario. Oggi nessuno parla più di subprime, nonostante siano ancora ben presenti soprattutto nei prestiti scolastici e nel credito al consumo (in particolare, il settore automobilistico), ma c’è un soggetto che si comporta esattamente come quei cittadini che volevano vivere al di sopra dei loro mezzi, peccato sia di dimensioni un pochino più grande: il governo degli Stati Uniti.

Certo, non si possono usare i codici di classificazione Fico (tabelle utilizzate negli Usa e che determinano il grado di solvibilità dei soggetti che accedono a prestiti e mutui di vario genere) per le nazioni sovrane, ma prendiamo ad esempio i principali tipi di prestito che suscitano il maggior interesse tra i clienti subprime e vedrete poi come il governo Usa li stia di fatto utilizzando, pur su piani differenti, per finanziarsi e finanziare il proprio debito.

Il primo è il mutuo a tasso variabile o aggiustabile, con un tasso di ingresso basso per un breve periodo e poi destinato a salire. Il secondo è il cosiddetto “interest only loan”, ovvero un prestito per il quale a fronte di una somma di denaro erogata, il contraente per un periodo può pagare solo l’interesse disinteressandosi del capitale. Il terzo è il caso più estremo di “interest only loan”, il prestito ad ammortizzazione negativa, in base al quale non solo il pagamento non riduce il capitale del prestito ma non copre nemmeno tutto l’interesse accumulato: quindi, ogni mese il contraente scivola sempre più in una condizione di debito, visto che l’interesse va a unirsi al capitale da ripagare. Ma torniamo al debito.

Nel picco della crisi, molti analisti e commentatori si concentrarono su due misuratori della stabilità finanziaria di un governo, la ratio debito/Pil e quella deficit/Pil: nel 2010 il governo federale Usa presentava una ratio deficit/Pil di quasi il 10%, la più alta dalla Seconda guerra mondiale, mentre ad oggi la ratio debito/Pil è al 102%, escludendo però le liabilities del programma Medicare. Numeri alti, ma alla fine il denominatore in entrambe i casi è il reddito totale degli Usa, non solo quello governativo: il problema vero è che Washington non solo spesso si finanzia a debito, ma lo fa indebitandosi molto rispetto alle sue disponibilità, visto che nel 2009 furono presi a prestito l’85% in più di quanto non venisse introitato con le tasse. Il guaio quindi non è riportare la ratio deficit/Pil in area 4%, ma il fatto che ancora oggi il governo abbia bisogno di prendere a prestito più del 20% del suo reddito solo per mantenere in vita queste operazioni di finanziamento.

Lo scorso anno, l’ammontare lordo del debito detenuto dal governo federale era circa 5,5 volte il gettito fiscale, l’equivalente di qualcuno che guadagna 30mila dollari l’anno avendo un debito detenuto di 165mila dollari. Guardate questo grafico: ci mostra la media ponderata della scadenza del debito federale Usa in circolazione e come possiamo notare lo scorso anno questa media era di 5,5 anni.