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GEO-FINANZA/ 1. Le guerre (per soldi) "nascoste" dalla politica

Pubblicazione:domenica 28 settembre 2014 - Ultimo aggiornamento:domenica 28 settembre 2014, 13.25

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A fine estate dello scorso anno, avevo pubblicato su queste pagine un’ampia dissertazione sui cicli economici. Il 2014 avrebbe potuto - infatti - confermare il probabile cambio di inversione del quarto ciclo di Kondratiev, e la conseguente recessione e stagnazione prolungata nel prossimo futuro. Gli ultimi avvenimenti del quadro geopolitico e finanziario di questa fine estate vanno in tale direzione, la globalizzazione e la spinta propulsiva verso “un mondo liquido” è finita: le sanzioni europee e statunitensi contro la Russia e la sua successiva reazione ne stanno confermando il suo de profundis.

Secondo Karl Polanyi, il collasso della civiltà del XIX secolo - che poggiava su quattro istituzioni: il sistema dell’equilibrio del potere che per un secolo impedì le guerre tra le grandi potenze (1815-1914); la base aurea internazionale che simboleggiava un’organizzazione unica dell’economia mondiale; il mercato autoregolamentato, fonte di benessere economico; e infine lo Stato liberale - fu provocato, con lo scoppio della Prima guerra mondiale, dal venir meno di queste quattro condizioni. Alla fine del XX secolo a queste istituzioni sono subentrati due nuovi fattori: la globalizzazione e la crisi ambientale.

E quindi? La conoscenza della natura ha compiuto negli ultimi duecento anni progressi profondi rispetto alle epoche precedenti. Non sono invece così conosciuti i progressi della conoscenza storica, non modificano infatti le forme di vita ma le forme di pensiero. Essi cercano di contribuire al progresso conoscitivo, il quale non ha alcun effetto economico immediato, né alcuna evidente utilità sociale. Purtroppo questa conoscenza non è molto ricercata, né richiesta e generalmente viene accolta con indifferenza o talvolta da un’opinione critica delle varie èlite di potere, che difendono i loro interessi egoistici.

Fin dal tempo dei primi filosofi sociali, quali Saint-Simon e Fourier, l’analisi di una “grande trasformazione” - secondo la definizione di Polanyi - quale il passaggio dal XIX al XX secolo e l’attuale, interpretava il nuovo mondo industriale, alla luce di parametri sociali e culturali, prima ancora che economici. Oggi, a seguito del perdurare della crisi e con l’assenza di certezze sulle teorie economiche, il panorama culturale politico-sociale si sta riproponendo il medesimo interrogativo: come nascono, crescono e tramontano le culture e gli elementi sociali, etnici, religiosi, tecnologici e storici che le sostengono? E che effetti hanno sulla vita economica?

L’analisi culturale storica attuale deve essere esente da premesse dogmatiche legate a principi precostituiti. L’indagine deve focalizzarsi non sugli Stati in quanto tali, bensì su complessi storici più ampi, che lo storico inglese Toynbee chiamò società. Ogni società e la sua cultura è collocata in un ambiente fisicamente e storicamente determinato, con il suo sviluppo interno. Essa viene continuamente posta di fronte a problemi cui deve saper rispondere. La risposta determina il destino di quella società e di quella cultura che può consolidarsi, emergere o soccombere in un tramonto più o meno repentino. Le domande oggi alle quali cerchiamo una risposta si riferiscono alla crisi economica ancora in corso e alla possibile modifica dei modelli di sviluppo economici e degli equilibri di geopolitica con effetti permanenti sui sistemi produttivi e sui consumi.


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