BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

FINANZA/ Sapelli: la Bce ha fallito e l'Europa è senza via d'uscita

L'Eurotower di Francoforte, sede della Bce (Infophoto) L'Eurotower di Francoforte, sede della Bce (Infophoto)

Lasciatemi sottolineare inoltre una questione che mi sta molto a cuore: si tratta non solo di un disastro sociale ma anche morale, nel senso di caduta dell’orientamento al lavoro non altamente scolarizzato da parte delle giovani generazioni. In parole povere, nell’oceano della disoccupazione ci sono isole che potrebbero essere abitate da lavoratori volonterosi che non si trovano, come gli operai specializzati, fresatori, manutentori, operatori cad-cam, eccetera.

Ma veniamo al dunque. Che fare?

Nelle cuspidi della eurocrazia si suonano le trombe degli alfieri germano-teutonici dell’ordoliberalismus: suonano l’adunata generale delle riforme strutturali. La gente ha qualche speranza. Siamo infatti abituati a pensare che le riforme migliorino la situazione. Ma questi trombettieri suonano il silenzio e vestono lugubri armature da Cavalieri dell’Apocalisse. Per loro le riforme sono tutt’il contrario di un cambiamento positivo, ingannando così l’opinione pubblica. Sono infatti tutte commisurate sul folle parametro dell’abbassamento del debito pubblico e quindi della riduzione della spesa pubblica tout-court, dell’aumento delle tasse, delle privatizzazioni che dovrebbero togliere qualche ditale d’acqua dall’oceano del debito. E quindi sono tutto il contrario di misure favorevoli alla crescita.

Insomma, c’è il pericolo che si  perda di vista il compito storico-generale del Parlamento europeo che è nato dalle ultime elezioni. Tutti avevano affermato che il compito prioritario era iniziare una nuova politica, occorreva cambiare passo e porre in testa la crescita e non la stabilità, ossia la ricetta devastante dell’austerità. Il fallimento della Bce del resto è preclaro: non solo ha declamato, fatto annunci a vuoto, ma non è riuscita neppure a onorare il suo ruolo statutario, ossia garantire la stabilità monetaria. Non l’ha garantita affatto: siamo in deflazione, ma di questo nessuno si accorge, nessuno chiede conto delle misure errate della Bce. L’importante è stato salvare i top manager bancari più che le banche capitalistiche, e annunciare misure che incentivassero le borse a crescere così come accade, mentre invece l’economia reale rovina. Ma ora giunge la prova del fuoco.

La mia tesi è che essa non risiede nella pinta che verrà dalla consapevolezza della crudeltà sociale dell’austerità. Gli eurocrati ordoliberisti sono privi di sistemi nervosi socialmente orientati. Non è la sofferenza che farà mutar di passo all’Europa tedesco-nordica, sarà la situazione geostrategica in Ucraina e nel Mediterraneo. L’Europa, infatti, sta andando in frantumi proprio su questo piano. E non solo l’Europa, ma il legame tra l’Europa e gli Usa, senza il quale l’Europa non esiste. Il recente summit della Nato, non a caso, si è concluso con una disastrosa divisione strategica. Da un lato gli Usa, la Polonia e i paesi baltici che vogliono dare all’alleanza un tono sempre più spiccatamente antirusso, sfregiando così irreversibilmente non solo l’Europa, ma il cuore del mondo che è nell’Eurasia, e dall’altro lato Italia, Francia, Spagna, Gran Bretagna e Germania che non vogliono approfondire il divario con la Russia, ma che però non sanno che pesci pigliare perché queste nazioni si muovono tutte in ordine sparso. 


COMMENTI
03/09/2014 - Flat tax unica soluzione (Carlo Cerofolini)

Oramai molti si sono resi conto e affermano che per uscire dalla recessione, in progress e senza speranza, in cui è precipitata, l’Italia occorre in primis ridurre drasticamente la (op)pressione fiscale, in modo da liberare quasi di colpo circa quaranta miliardi. Cosa che si può fare solo applicando subito una flat tax – che secondo il noto economista Usa Alvin Rabunshka - dovrebbe essere per noi intorno al 15% eguale per tutti, con esenzione fino a 20 mila euro e altro, in modo da mantenere la progressività. Operazione che – è dimostrato – non solo rilancerebbe alla grande l’economia, l’occupazione, la voglia di fare, produrre, arricchirsi e spendere ma farebbe pure aumentare le entrate dello Stato e quasi azzerare evasione ed elusione fiscale, ora non più convenienti. Questa è la cura, il problema però è che con le sinistre al potere, per quanto renzizzate, quanto sopra non sarà mai possibile da realizzare, in quanto il loro Dna le impone di alzare, non abbassare, sempre più le tasse, specie a carico dei benestanti, per poi redistribuire le risorse così drenate ai meno abbienti, che sono il loro elettorato di riferimento, in nome di una pretesa giustizia sociale che, tra l’altro – è bene sapere – per von Hayek il suo mitico perseguimento era il più serio ostacolo all’eliminazione della povertà. Povertà che non è il brodo di coltura del socialismo, bensì il suo effetto deliberatamente costruito, parola di M. Thatcher e come la storia insegna. Gli italiani riflettano!

 
03/09/2014 - economicamente parlando (antonio petrina)

La rubrica dei 2 economisti foglianti già ha affrontato economicamente ( non politicamente) la necessità e l'opportunità degli investimenti per uscire dalla depressione e dalla stagnazione italica, secondo il progetto di Maastricht ovvero della moneta unica, stante le finanze stabili. Ora, uno studio del 2012 del prof Giarda (il Foglio, 30/04/2012, Il dossier per il ministro Giarda sulla spending review degli altri), pubblicò il raffronto di tutte le revisioni di spesa necessarie nei paesi aderenti a maastricht e non al fine di ridurre i deficit, in primis l'Inghilterra con tagli draconiani al pubblico impiego! Tale ricetta viene proposta sotto la voce "riforme strutturali" all'Italia per farla crescere, dimenticando però che noi l'obiettivo del rientro dal deficit l'abbiamo già raggiunto con il governo Monti (della patrimoniale IMU) ed ora l'eurocrazia ce lo impone ancora per ridurre il debito italiano. Ma non funziona tale ricetta avendola confutata a suo tempo debito il nostro premio nobel dell'economia prof Modigliani: Sostenibilità e solvibilità del debito pubblico italiano, LA terza, 1998. Solo gli investimenti produttivi e mirati diretti ed indiretti della Pa fanno ridurre il debito pubblico italiano.