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SPY FINANZA/ I nuovi "allarmi" per Fed e Bce

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Non a caso, nella settimana appena conclusasi, l’indicatore della volatilità per l’indice S&P’s 500, il Vix, è salito quasi del 23%, mentre l’indice Dow Jones ha visto movimenti a tripla cifra ogni giorno di contrattazione per la prima volta in sedici mesi. E si sa che la volatilità è decisamente nemica dei corsi rialzisti, quindi venerdì potrebbe esserci una sorpresa molto negativa a livello macro ma positiva per i mercati, ormai mossi solo dalla logica del “bad news is a good news”: un dato deludente dell’occupazione e quindi un’apertura un po’ più da colomba della Fed verso il timing del ritiro del programma di quantitative easing.

E l’Europa? È in piena “giapponesizzazione”, ovvero intrappolata in un collasso deflazionario che soltanto Mario Draghi finge di non vedere, negando addirittura il rischio di nuova recessione a fronte degli ultimi dati macro: i profeti delle banche centrali e del denaro a pioggia, ma anche alcuni incauti analisti, per troppi mesi hanno interpretato ogni uptick dell’EuroSTOXX come una segnale di ripresa, dimenticando la regola aurea in base alla quale dall’inizio di questa crisi la Borsa non è mai stata un segnalatore credibile dello stato reale delle economie sottostanti.

Parliamoci chiaro: i recenti trend di alcune economie dell’eurozona - leggi Italia, Francia e Spagna - sono già oggi qualificabili come una stagnazione di tipo giapponese. Cosa porti con sé questa condizione è presto detto: discrepanza nella crescita salariale tra le varie economie, underperformance del mercato e caduta della competitività. Con un’ulteriore fonte di preoccupazione: l’economia nipponica pesava per circa il 9% dell’output globale quando iniziò il suo periodo di stagnazione, mentre quella dell’eurozona è al 15%, quindi se l’Ue continuerà su questo percorso potrebbe creare potenzialmente molti più danni a livello di economia globale di quanto fece il Giappone negli anni Novanta, sia per la sue dimensioni economiche maggiori, sia per le più forti interconnessioni finanziarie con il resto del mondo.

Basti poi dire che nel decennio che ci ha accompagnati all’anno in corso, la crescita media del Pil dell’area euro è stata dello 0,8%, contro lo 0,9% di quella giapponese dal 1992 al 2003. Di più, i livelli di stagnazione di alcune economie dell’eurozona hanno visto tassi di crescita non solo più bassi della media seguita alla Seconda guerra mondiale ma anche ad altre economie avanzate a esse paragonabili: prima conseguenza, l’apertura di un grosso cuneo nei livelli di Pil pro capite. Prendendo ad esempio il 2013, quel gap sul dato del Pil pro capite in Spagna era pari al 18%, in Italia addirittura del 27%, in Portogallo del 21%, in Belgio del 13% e in Francia del 18%: stando ai dati del Fondo monetario internazionale, poi, il Pil pro capite italiano come percentuale di quello tedesco è sceso dal 96% del 2002 al 76% del 2013, mentre rispetto a quello statunitense dal 69% al 57% e anche rispetto a quello spagnolo dal 109% al 102%! Come azione reflattiva a questa stagnazione, aggravata dalla crescita delle economie emergenti a livello globale, la percentuale di output italiano rispetto a quello globale nello stesso periodo è scesa dal 3,2% al 2,1%.


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