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Economia e Finanza

FINANZA/ Italia, dal bazooka di Draghi alla "stangata" di Renzi

La Banca centrale europea ha abbassato il tasso di interesse di riferimento portandolo dallo 0,15 allo 0,05%. STEFANO CINGOLANI commenta le prospettive aperte dal Board

Mario Draghi (Infophoto)Mario Draghi (Infophoto)

Con il taglio dei tassi al livello minimo (0,05%), l’acquisto di titoli cartolarizzati, un nuovo finanziamento agevolato alle banche purché prestino denaro alle piccole imprese, che cos’altro può fare la Banca centrale europea? Può comperare anche i titoli di stato, completando così il passaggio al Quantitative easing modello Federal reserve. Ma sarà difficile. La Bundesbank ieri ha votato contro tutte le misure. Ed è inutile negare che siamo arrivati vicino alla fine degli strumenti disponibili. La politica monetaria sta svuotando la sua cassetta degli attrezzi. Eppure l’economia ristagna e i prezzi scendono, la zona euro viene trascinata verso la stag-deflazione. Gli stimoli della Bce potranno rallentare la marcia, ma per cambiare verso occorrono altri strumenti. E’ quel che ha detto Mario Draghi a Jackson Hole quando ha illustrato il suo paradigma delle tre gambe: moneta, fisco e riforme. Con le riforme al primo posto: “sono il punto chiave”, ha ribadito ieri in conferenza stampa.

Vediamo, dunque i tre pilastri della dottrina Draghi, senza sottovalutare che portare i tassi al pavimento può incidere sul tasso di cambio dell’euro, abbassandolo a livelli meno irrealistici e favorendo le esportazioni verso aree valutarie diverse. Un sollievo, sia pure non determinante, per stimolare la crescita.

Anche a costo di invertire gli assiomi del Draghi-pensiero, cominciamo dalla moneta. Secondo molti critici autorevoli, la Bce si è mossa troppo tardi e ha fatto finora troppo poco per invertire la marcia dei prezzi verso la deflazione, un territorio ad alto rischio perché peggiora l’indebitamento e la base fiscale, bloccando l’attività economica. In realtà i banchieri centrali sono convinti che siamo ancora in una fase di “inflazione insolitamente bassa” e che basta cambiare le aspettative. Ma proprio qui viene il difficile. Infatti, in tutto questo tempo abbiamo visto che non serve a molto gettare la moneta dall’elicottero, secondo il paradosso di Milton Friedman, se la gente la raccoglie, ma non la usa. Ciò avviene proprio perché la paura del presente e le incognite del futuro spingono ad aumentare l’uso precauzionale della moneta, una delle sue tre funzioni fondamentali (le altre sono mezzo di scambio e riserva di valore).

Per cambiare questa situazione, Draghi chiama in causa i governi, con una mossa non usuale per un banchiere centrale. E chiede loro due cose: di ridurre le imposte e aumentare la produttività. Il risanamento dei bilanci pubblici e la riduzione dei debiti sono la premessa per abbassare le tasse che in Europa soffocano l’attività economica. Qui alcuni governi dovranno fare più degli altri (per esempio quello italiano). Ma una responsabilità forte ricade anche sulle spalle di chi ha i conti in ordine. A costoro spetta l’onere di rilanciare la domanda con una politica fiscale espansiva. Quando Draghi parla di patto fiscale e ulteriore riduzione della sovranità, ha in mente sia l’Italia sia la Germania, sia pur dal lato opposto. Se si partecipa a una unione monetaria nessuno può andare avanti come gli pare, cercando di fregare il proprio vicino.