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CONSIGLI A RENZI/ Ora scelga se tagliare i "suoi" sindaci o i precari

Secondo GIUSEPPE PENNISI l'acceso dibattito sulla scuola mira a distrarre l'opinione pubblica da altri temi difficili per il governo, in primis quello dei tagli necessari per fare cassa

Il ministero dell'Istruzione (Infophoto) Il ministero dell'Istruzione (Infophoto)

In inglese si dice red herring. In italiano specchietto per le allodole. Questi paiono essere i lineamenti di riforma della scuola presentati al fine di un doveroso, prima che meritorio, débat publique dal governo Renzi. In primo luogo, tutti pensiamo di intenderci di scuola perché o come studenti, o come insegnanti, o come genitori abbiamo esperienza almeno della scuola d'obbligo. Quindi, un débat non può non essere acceso. E celare le difficoltà di predisporre una legge di stabilità che non vuole scontentare parte dell'elettorato tradizionale di un governo in gran misura composto da ex-sindaci (ad esempio, utilizzando la scure nei confronti del capitalismo municipale), ricorrendo a tagli lineari di profumo tremontiano ed al blocco dei salari del pubblico impiego. Un acceso - anche meglio se infuocato - dibattito sulla scuola può distrarre da questi difficili temi. In secondo luogo, i lineamenti di riforma sono tali da suscitare seri dubbi. Ho trattato di questa materia per diversi anni dirigendo una divisione specifica in Banca mondiale e collaborando con il rapporto mondiale dell'Unesco sull'istruzione (nonché scrivendo un paio di libri in materia); penso, quindi, di avere titolo di entrare nel merito.

I due problemi sono simmetrici. Vediamo, prima, perché il governo può ancora ricorrere (il disegno di legge di stabilità è atteso tra più di un mese) a una strumentazione migliore dei tagli lineari e del blocco agli stipendi e, poi, le insufficienze dei lineamenti sulla buona scuola.

Sotto il primo profilo, il governo dispone di un documento (purtroppo è stato deciso di non renderlo pubblico) di un Commissario alla revisione della spesa (Carlo Cottarelli, ndr) che ha individuato puntualmente 15-20 miliardi di spese non necessarie specialmente nel "socialismo regionale, provinciale e municipale" e negli enti (strumentali e di ricerca) dei ministeri. E' un ampio campo su cui operare, sulla base di cifre certe e di valutazioni precise, ed è questo il campo dove trovare le risorse per far quadrare i conti della spesa di parte corrente ed avere spazi per rilanciare gli investimenti. Ove ciò non bastasse, nuove metodologie di valutazione della spesa sono state varate dal Cnel nel 2012 ed hanno avuto il consenso dei maggiori ministeri nonché delle istituzioni finanziarie internazionali.

Purtroppo esponenti della Cgil al Cnel hanno chiesto che il lavoro non venisse proseguito; sta alla segreteria della Cgil chiedere ai suoi nominati spiegazioni in proposito, anche in quanto l'opposizione della Cgil al lavoro sulla qualità della spesa pone la confederazione in una situazione almeno imbarazzante nelle discussioni sulla legge di stabilità. Sulla base del lavoro Cnel ed in collaborazione con gli enti di ricerca di alcune regioni, l'Uval (Unità di Valutazione), ora operante nell'agenzia per la coesione territoriale (quindi in seno alla stessa presidenza del Consiglio) ha completato in luglio un aggiornato buon manuale della valutazione della spesa per ora disponibile (anche al presidente del Consiglio) su supporto telematico (è in corso l'approntamento dell'edizione a stampa).