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Economia e Finanza

FINANZA/ Il "metodo Craxi" per tirare fuori Europa e Italia dai guai

Mentre si invoca un intervento straordinario della Bce, bisogna rendersi però conto che il debito è un fardello che pesa anche sulla deflazione, come ricorda GIUSEPPE PENNISI

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In questi giorni, molti occhi e molti cannocchiali sono puntati su Francoforte nella speranza che il 22 gennaio (a ridosso delle elezioni del 25 gennaio in Grecia), la Banca centrale europea venga autorizzata dal proprio organo di governo più alto a intervenire con misure monetarie “non convenzionali” tali da mettere in fuga lo spettro della deflazione. Ilsussidiario.net ha riassunto e illustrato più volte la galassia di sigle che contraddistinguono tali misure “non convenzionali”.

Non facciamoci illusioni: anche se il management della Bce verrà autorizzato a varare un programma d’acquisto di titoli di Stato dei “soci”, per così dire, dell’Eurozona, non solo tale programma sarà limitato ai titoli “ad alto rating” (quindi, Germania, Francia e pochi altri), ma avrà effetti limitati. Lo prova la valutazione degli Ltro fatta dalla Banque de France (Banque de France Working Paper n.528 del 3 gennaio), la prima che è stata effettuata secondo criteri scientifico-professionali e che il Governo di Parigi ha avuto il coraggio di pubblicare. E che gran parte della stampa italiana ha ignorato.

Infatti, alla base della crisi (e della deflazione) non c’è un problema di liquidità generale: dal 2007 a oggi, la liquidità in senso lato (M3) nell’eurozona ha avuto tassi d’espansione tra il 2,2% e il 2,5% l’anno, con un accelerazione negli ultimi trimestri. La liquidità è finita “in trappola”, per utilizzare il gergo degli economisti, non solo perché le banche hanno utilizzato (e stanno ancora utilizzando) le risorse fresche per mettere ordine nei loro portafogli. Ma per un problema più serio, e poco studiato. Che io sappia la formulazione migliore è stata data da Richard C. Koo - un economista che guida da anni il servizio studi del Nomura Research Institute e insegna in una delle maggiori università di Tokyo.

In breve, negli ultimi anni la deflazione è stata preceduta da una balance sheets recession, ovvero una recessione dei conti profitti e perdite degli Stati (l’Himalaya del debito) e delle imprese, nonché, in alcune regioni e paesi (Usa in prima fila), delle famiglie. Ciò si verifica quando alcuni asset (ad esempio, l’edilizia) perdono drasticamente di valore, causando crisi debitorie più o meno gravi, e gli obiettivi d’investimento di individui, famiglie e imprese mutano: dalla “massimizzazione del profitto” si passa alla “minimizzazione dell’indebitamento” (per timore di nuove crisi debitorie).

Nel suo libro più noto più noto (The Holy Grail of Macroeconomics: Lessons from Japan’s Great Recession, John Wiley and Sons, Singapore 2008) Koo sviscera la balance sheets recession e le difficoltà che essa comporta. La balance sheets recession più grave e più nota - Koo sostiene in un saggio recente - è la Grande Depressione del 1929: furono necessari trenta anni e una guerra mondiale perché la struttura dei tassi d’interesse degli Stati Uniti tornasse a essere “normale”. Il Giappone è in una balance sheets recession da oltre quindici anni: politiche monetarie e di bilancio espansioniste non hanno avuto effetti di rilievo a ragione della fortissima avversione al rischio (e all’indebitamento) di famiglie e imprese.Pochi sanno come uscire da una balance sheets recession.


COMMENTI
12/01/2015 - Con piccoli uomini questo è il risultato (Carlo Cerofolini)

Con dei piccoli uomini non si possono compiere cose veramente grandi - come affermava John Stuart Mill - e questo spiega perché soprattutto l’Ue sia messa così male, oltre che da un punto divista economico pure da quello sociale e civile e come la situazione sia senza speranza e destinata a peggiorare rapidamente, a meno che l’imprevisto non ci salvi.