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SPY FINANZA/ Grecia, ecco chi "paga il conto" se vince Tsipras

Alexis Tsipras (Infophoto) Alexis Tsipras (Infophoto)

Voi pensate che la Germania permetterà un piano di simile ampiezza, di fatto vedendo monetizzato il 90% del suo debito per quest’anno? E poi, siamo sicuri che dello stock eligibile per l’acquisto la Bce potrà davvero contare su un’offerta esuberante della banche, visti i tassi negativi dello 0,2% sui depositi e i timori sempre crescenti degli istituti per la crescita delle sofferenze, ovvero la poca propensione al credito nonostante il bazooka dell’Eurotower (visto che quei soldi, oltretutto, serviranno a ricapitalizzare e mettere a posto i bilanci in ossequio alle nuove regolamentazioni Ue ed Eba)? Anche perché lo schema da cane di Pavlov che usano le banche per quanto riguarda la detenzione di debito è molto chiaro e decisamente da dummies: continuano a comprare obbligazioni, su cui fanno profitti e poi utilizzano ogni anno quei profitti per coprire le perdite generate proprio dal carry trade. Esattamente quanto fatto per dieci anni degli istituti giapponesi, quindi scordiamoci effetti benefici dal Qe: per uscire dalla deflazione serve crescita del Pil tra il 4% e il 5% e questo non c’è, perché se va bene la crescita è zero altrimenti è addirittura negativa.

Cosa ci aspetta? Almeno cinque anni di ambiente deflattivo, esattamente come per il Giappone. Inoltre, proprio la ricetta di Tokyo - cui la Bce sembra ispirarsi e di cui abbiamo parlato sabato scorso - ci insegna che nonostante lo stimolo infinito e la monetizzazione totale del mercato obbligazionario sovrano, nulla pare essere migliorato a livello di dinamiche macro dell’economia interna, in primis l’inflazione che è tornata a calare nell’ultimo trimestre. L’Abenomics, come vi ho già detto, serve solo a due cose: esportare deflazione e mantenere alti i corsi azionari attraverso gli acquisti che di fatto pompano liquidità che finisce implicitamente in equities. Ma c’è dell’altro. A detta del capo economista della Bce stessa, Peter Praet, «normalmente ogni Banca centrale preferirebbe guardare in direzione di uno shock di fornitura positivo, ma potremmo non poterci permettere questo lusso stavolta. Gli shock infatti possono cambiare: in certe circostanze, gli shock di fornitura posso mutare in shock della domanda attraverso effetti collaterali secondari. C’è un rischio di circolo vizioso per l’economia reale: minori investimenti, che a loro volta riducono il potenziale di crescita e che portano con ancora minore propensione a investire in una spirale autoalimentante».

Addirittura, Praet scomoda Keynes e la sua teoria dell’equilibrio della sotto-occupazione, esortando le autorità politiche ed economiche, inclusi i governi, «a prendersi le proprie responsabilità e dar vita ad azioni urgenti». Inoltre, il momento propizio per un Qe è passato, come faceva notare anche l’economista di Nomisma: il rendimento del Bund decennale è già al minimo storico dello 0,46%, la Finlandia è a quota 0,54%, l’Olanda 0,57%, quello spagnolo all’1,63% e anche l’Italia finanzia il suo debito a dieci a meno del 2%. Non si può comprimerli di più e la Bce ha la proibizione nel suo vincolo di mandato di iniettare liquidità direttamente nell’economia reale, quindi si cercherà come vi ho già detto una formula astrusa per evitare ogni possibile condivisione del rischio in ossequio al “nein” della Bundesbank.

Insomma, dal possibile Qe gli hedge funds potrebbero strappare un profitto, ma non servirà a creare nemmeno un posto di lavoro a Napoli o Palermo: e con un tasso di disoccupazione al record dell’era moderna del 13,4% e quello giovanile al 43,9%, l’Italia è a un passo dal collasso sociale dopo quello economico, soprattutto nel Mezzogiorno, nonostante il costo basso per finanziare il nostro debito garantito dallo spread a quota 140.

In compenso, in dicembre in Germania sono stati creati 27mila nuovi posti di lavoro e il tasso di disoccupazione è al minimo da 23 anni al 5%, mai così bene dalla riunificazione. Così com’è, questa unione monetaria non può funzionare e non sarà certo il Qe della Bce a rimettere a posto gli squilibri, anzi rischi di acuirli. C’è poi l’incognita Grecia, la quale nonostante i proclami un po’ spocchiosi dei tedeschi riguardo la sua non pericolosità sistemica, qualche grattacapo a Francoforte lo sta già dando a quindici giorni dal voto anticipato, visto che giovedì un portavoce della Bce ha detto chiaramente che «l’accesso delle banche greche al finanziamento della Bce dopo il mese di febbraio dipenderà dal completamento della review legata al piano di salvataggio e alla sigla di un accordo tra nuovo governo ellenico e Troika per un piano di follow-up nel percorso riformatore e di controllo dei conti pubblici». In parole povere, o fate come vuole la Troika oppure basta soldi alle vostre banche insolventi e default dietro l’angolo: un’ipotesi che il mercato ha prezzato subito dopo questa dichiarazione, visto che il credit default swap a 5 anni ha preso di botto 250 punti base, arrivando a toccare quota 1555.