BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SPY FINANZA/ Grecia, ecco chi "paga il conto" se vince Tsipras

Pubblicazione:

Alexis Tsipras (Infophoto)  Alexis Tsipras (Infophoto)

Rassicurata dalla vaghezza ormai proverbiale della Fed, dall’euro ai minimi dal 2009 e dalla deflazione ormai conclamata nell’eurozona, la Bce potrebbe ora dare il via al Qe, in quali forme e per quali ammontare ancora non si sa (e finché non lo sappiamo noi poco male, ma temo che non ne abbiano la minima idea nemmeno a Francoforte, il che sconcerta un po’ di più, come vedremo tra poco). Tant’è, giovedì una lettera di Mario Draghi, in risposta all’interrogazione dell’europarlamentare irlandese, Luke Flanagan, ha spalancato le porte del paradiso alle Borse, tutte in rimbalzo (del gatto morto, anzi centralizzato) con Milano su del 3,69%: il governatore ha infatti scritto che l’istituto centrale tornerà «all’inizio dell’anno a valutare lo stimolo monetario fornito nella seconda parte del 2014 e, se dovesse servire, potrebbe lanciare misure che includono l’acquisto di vari asset, inclusi i bond sovrani».

Trattandosi della prima volta che viene messa per iscritto, nero su bianco, l’ipotesi di un intervento che il mercato ormai si aspetta da mesi e che ora reclama già da fine gennaio, la reazione pavloviana degli investitori è stata quindi immediata. Anche se la Commissione europea e il governo tedesco continuano a non vedere rischi di deflazione nell’Eurozona (Mister Magoo gli fa un baffo), cresce quindi molto l’attesa per la riunione del Consiglio direttivo del prossimo 22 gennaio, un’attesa che però potrebbe portare con sé anche notizie che il mercato faticherebbe a digerire. Per due motivi.

Primo, venerdì le Borse sono tornate in negativo perché, in perfetta nemesi con lo spirito Fed, dalla Bce - sponda tedesca - è uscito un venticello in direzione della redazione di Bloomberg in base al quale la Banca centrale starebbe sì pensando al Qe, ma gli acquisti, per 500 miliardi di euro, sarebbero limitati ad assets con rating innvestment grade, ovvero debito AAA oppure obbligazioni con valutazione almeno BBB-. Secondo, per il capo economista di Nomisma, Sergio De Nardis, il Quantitative easing potrebbe infatti non bastare: «È una condizione necessaria per ritrovare la via della ripresa, ma dato il ritardo con cui ci si arriva e la trappola depressiva in cui ci si trova impantanati, non è detto che sia una condizione sufficiente. Il vero e concreto rischio per le economie è che le conseguenze della caduta dei prezzi energetici non si fermino al primo impatto, ma si ripercuotano successivamente sull’intera catena dei prezzi al consumo, radicando tendenze disinflazionistiche in economie già depresse e generandovi aspettative di ulteriore caduta dei prezzi».

In questo caso diventa più probabile che le conseguenze positive della caduta del greggio sui redditi dei Paesi importatori di petrolio come l’Italia siano contrastate, se non del tutto annullate, da quelle negative indotte dalla deflazione: «Attese di deflazione in presenza di tassi di interesse ufficiali al minimo livello possibile, cioè zero, si traducono in aumento dei tassi di interesse reali, cioè al netto dell’inflazione, con un conseguente inasprimento della politica monetaria: l’ultima cosa augurabile in una situazione di stagnazione». Quindi? «Per contenere questo rischio occorre quindi che la Bce si muova con misure massicce e prolungate di immissione di liquidità, indipendentemente dalla richiesta delle banche. È il Quantitative easing di cui tanto si parla e che deve essere di dimensione adeguata. Questa è una condizione necessaria per ritrovare la via della ripresa, ma non è detto che sia sufficiente».



  PAG. SUCC. >