BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

SPY FINANZA/ La "crisi gialla" pronta a colpire i mercati

InfophotoInfophoto

Stando a calcoli di Bank of America il comparto industriale cinese è in deflazione da 33 mesi e ora la spirale al ribasso sta divenendo più profonda, soprattutto a causa della sovracapacità indotta nel recente passato da politiche di stimolo, il malinvestment della Scuola austriaca di economia. Prima di questo, il Paese è stato in deflazione per quanto riguarda i prezzi alla produzione, un qualcosa già accaduto nei tardi anni Novanta quando l'indice crollò e ci vollero sei anni prima che trovasse la via per la risalita, peccato che oggi i medesimi problemi siano su scala maggiore, visto che il Paese sta cercando - a fatica e per ora senza riuscirci - un nuovo driver della domanda per restaurare un minimo di dinamismo economico ma all'orizzonte non si vede nulla di comparabile all'ingresso della Cina nel Wto del 2001. 

E uno degli effetti collaterali del calo dell'inflazione è l'aumento del costo reale di finanziamento: la media del tasso per un prestito a un anno per le aziende è salito da 0 al 5,50% in termini reali dal 2011 a oggi, un'enorme contrazione finanziaria che la Banca centrale ha deciso di non combattere con manovre di offsetting, se non il taglio dei tassi dello 0,25%. Inoltre, gli outflows di capitali fanno aumentare i rischi di svalutazione, poiché questo drenerà denaro dal mercato azionario e renderà meno gestibili i debiti contratti in dollari: e le aziende cinesi siedono su prestiti in valute straniere, soprattutto attraverso Hong Kong, per qualcosa come 1,2 triliardi di dollari. E inoltre, il rafforzamento del dollaro sta portando al rialzo con se lo yuan come risultato del soft-peg tra le due monete: soltanto nei confronti dello yen, lo yuan si è appezzato del 60% in due anni. Stando a uno studio della Lombard Street Research, lo yuan è sopravvalutato tra il 10% e il 20% attualmente, un qualcosa che rischia di far perdere competitività alla Cina, visto che i salari crescono più della produttività: il vero tasso di cambio in termini di costi per unità di lavoro è salito del 40% dal 2008. 

E se gli investitori hanno ben presenti i rischi correlati al sistema bancario ombra, i timori ora sono tutti per una minaccia montante di crisi della liquidità legata agli effetti della moneta. Per Guan Qiingyou della Minsheng Securities, la cosiddetta "hot money" potrebbe presto cominciare a lasciare il Paese, soprattutto in caso di aumento dei tassi della Fed, come ci mostra il grafico a fondo pagina: gli outflows di capitale su larga scala potrebbero causare una crisi valutaria e questa è l'esatta dinamica che ha generato la crisi asiatica del 1997, tanto più che, stando ai dati tracciati dalla Banca centrale, si scopre che i conti di capitale sono stati in deficit per gli ultimi due trimestri. 

E gli effetti cominciano già a vedersi, visto che come vi dicevo qualche settimana fa, l'8 gennaio è arrivato senza che la società di costruzioni Kaisa Group Holding si stata in grado di onorare il pagamento degli interessi verso quattro detentori obbligazionari dopo aver fallito nell'ottenere un prestito bancario: insomma, o arriva e in fretta un "cavaliere bianco" (la legge garantisce un periodo di 30 giorni a partire dalla scadenza non rispettata per risolvere la situazione) o sarà default, il primo nel settore immobiliare in Cina e ad Hong Kong da parte di un soggetto che ha emesso la maggior parte delle obbligazioni spazzatura sul mercato negli ultimi due anni: le securities legate al ramo real estate oggi rappresentano il 20% di tutte le note corporate in Asia.