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SPY FINANZA/ La "crisi gialla" pronta a colpire i mercati

Pubblicazione:martedì 13 gennaio 2015

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Venerdì la note di Kaisa si è schiantata a 29,9 centesimi sul dollaro, risalendo sul mercato asiatico ma soltanto a 32,1 centesimi sul biglietto verde: un tonfo che vede nel complesso le notes cinesi di categoria junk e denominate in dollari in calo del 3,9% nel 2015, il peggiore inizio anno da quando Bank of America traccia i dati. Non a caso, per Michael Ganske della Rogge Global Partners di Londra, «il settore obbligazionario delle costruzioni in Cina è troppo turbolento e in ebollizione, oltre a rappresentare una delle principali debolezze dell'economia cinese. Tutti quanti stanno ripensando i loro investimenti nel settore oggi, ci sono troppe incertezze legate alle aziende cinesi del ramo, un qualcosa che va a unirsi ai timori per Grecia e mercati del debito Usa». 

E attenzione, perché la situazione deflazionistica può ancora peggiore a causa del continuo calo del prezzo del petrolio, ieri ai minimi da aprile 2009 con sia il Wti che il Brent sotto quota 49 dollari e in calo da sette settimane di fila, tanto da far aprire l'indice Dow Jones in calo di 130 punti per le vendite sul comparto energetico. Con l'Opec che attraverso il ministro saudita per l'Energia non solo ha negato qualsiasi intenzione di tagliare la produzione, ma ha vaticinato che non vedremo mai più il petrolio a quota 100 dollari il barile, anche i più bullish su questa commodity cominciano a rivedere le loro previsioni. 

È il caso di Goldman Sachs, la quale proprio ieri a tagliato le sue stime a tre mesi, portando il prezzo del Brent da 80 a 42 dollari e quello per il Wti statunitense da 70 a 41 dollari, mentre la previsione per il 2015 vede il Brent a 50,40 dollari da 83,75 e il Wti a 47,15 da 73,75 dollari al barile. Insomma, se per Goldman quello dello shale oil usa resterà il driver principale del mercato, ci vorranno prezzi bassi per un periodo più lungo di tempo per ribilanciare le dinamiche e i suoi investimenti. Sarà per questo che al Nymex le scommesse al ribasso da parte degli hedge funds stanno schizzando alle stelle, con l'open interest per un puts con strike-price a 50 dollari per i futures Wti di febbraio salito a 22.537 contratti dai 193 contratti di inizio dicembre, mentre l'open interest per l'opzione a 45 dollari è salito da 8 a 36.113 contratti e quello a 40 dollari da 1 a 9.864 contratti. Ma c'è anche chi si spinge più in là su territori ancora più estremi e depressi, visto che l'open interest su una put a 30 dollari per i contratti futures su marzo è salito a 2.127 da 34, mentre la stessa put ma su contratti giugno è salita da 35 a 51.252 di open interest. E lo scorso venerdì, qualcuno ha puntato anche su una put per contratti giugno a 20 dollari al barile, esattamente 176 contratti di open interest. In parole povere, oggi l'open interest su opzioni put sotto i 30 dollari al barile è 1,7 volte di più delle disponibilità di materiale fisico nel delivery point del WTI a Cushing, in Oklahoma. 

Insomma, se anche ci sarà rimbalzo, il mercato ha la quasi certezza che prima di tornare a 70 dollari c'è ancora spazio per scendere, magari a 30 e scommette su questo. Di fatto, autoalimentando finanziariamente il calo facendo soldi anche se il prezzo andrà sotto lo strike-price dell'opzione: direte voi, non è il caso di regolamentare in maniera più stringente il mercato futures legato alle commodities? Certo, verissimo: peccato che nel giugno del 2011, la Camera Usa su iniziativa repubblicana ha deciso si tagliare i fondi al Cftc, l'ente regolatore di questo delicatissimo e ultra-manipolabile mercato. Una scelta politica, ovviamente, visto che i futures non servono solo a fare soldi o a coprirsi dal rischio di aumento del prezzo - ad esempio, per le linee aeree - ma anche a combattere senza armi le guerre geopolitiche, ad esempio contro la Russia o, di fatto, per annettersi il Venezuela come sta silenziosamente accadendo in queste ore di rinnovato scontro di civiltà.



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