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FINANZA E POLITICA/ Il "dossier" pronto per tagliare le tasse (e aiutare la ripresa)

Pubblicazione:sabato 17 gennaio 2015

Pier Carlo Padoan (Infophoto) Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Non c'è certo di che scialare. In sostanza, Padoan ha conquistato tre mesi di tempo e dovrebbe utilizzarli per mettere in piedi una politica di bilancio di più ampio respiro. L'Italia ha bisogno di una spinta che porti la crescita nominale (inflazione compresa) vicino al 3% annuo per rispettare il sentiero di riduzione del debito tracciato dal Fiscal compact senza nuove strette controproducenti. Un punto dovrebbe arrivare dal lato dei prezzi, se la politica monetaria della Bce riuscirà a frenare la deflazione (tutti gli occhi sono puntati sulle mosse di Mario Draghi la prossima settimana). Un punto dall'andamento della congiuntura e un punto in più da una manovra straordinaria. Di che tipo? 

Ci sono vari modi per rilanciare la crescita con la politica economica e di bilancio. Per esempio, ci sono gli investimenti pubblici sollecitati dalla stessa Banca d'Italia. Ma i tempi sono lunghi i risultati incerti, le variabili molteplici dal popolo del no alla magistratura. Soprattutto, abbiamo visto che i margini di manovra dal lato della spesa sono ristrettissimi. 

La via maestra è ridurre le imposte a cominciare da quelle sul lavoro. Il governo lo sa, tanto che ha fatto qualcosa già l'anno scorso (a cominciare dagli 80 euro). Manca, però, un percorso certo che conduca ad abbassare la pressione fiscale sul reddito, finora invece si è spostato il peso da una spalla all'altra. 

È chiaro che i margini sono esigui anche per questo. Non si tratta di fare promesse insostenibili, ma di indicare un passo alla volta, anche piccolo, con realismo, ma con determinazione, in modo che famiglie e imprese siano certe di vedere davanti un percorso in discesa.

Bisogna trovare le coperture, ovviamente. Una parte può venire dalla crescita stessa (dunque per una certa quota le riduzioni fiscali si autofinanziano), una parte dalla riduzione dell'onere del debito grazie a bassi tassi d'interesse e al Qe, una parte da operazioni straordinarie come la vendita di patrimonio e aziende pubbliche, un'altra quota da una riduzione anch'essa certa e definita nel tempo, della spesa corrente. Dove e di quanto? 

La spending review aveva messo nero su bianco 17 miliardi in tre anni. Cottarelli se n'è andato, i suoi piani sono finiti nel cassetto, come già era successo con quelli di Piero Giarda ed Enrico Bondi. Il governo non li ha mai rinnegati formalmente e tanto meno lo ha fatto Padoan. A questo punto il ministro dell'Economia dovrebbe riprenderli in mano, dicendo chiaramente che quelle risorse vanno a riduzione delle imposte, così come aveva proposto lo stesso Cottarelli prima di finire sotto i fulmini di Renzi. 

È la svolta che tutti si attendono, di fronte alla quale anche l'Unione europea non potrebbe obiettare nulla, se formalmente viene mantenuto il tetto del 3% nel rapporto deficit/Pil. Ma anche in caso contrario, di fronte a una deviazione temporanea in grado di produrre un punto in più, sarebbe davvero un accanimento mettere in moto la procedura d'infrazione. Una scelta politica alla quale l'Italia dovrebbe rispondere con quel primato della politica tanto caro a Matteo Renzi.



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