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Economia e Finanza

FINANZA E POLITICA/ Il "dossier" pronto per tagliare le tasse (e aiutare la ripresa)

Nonostante gli annunci, la flessibilità che l'Ue concede non sembra essere in grado di aiutare la ripresa. STEFANO CINGOLANI ci spiega cosa può fare ora il Governo

Pier Carlo Padoan (Infophoto)Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Jyrki Katainen è venuto a Roma, ha apprezzato gli sforzi fatti dal governo e se n'è andato lasciando in sospeso sia il giudizio sulla politica di bilancio, sia quello sui veri spazi di flessibilità consentiti, soprattutto dal lato degli investimenti, visto che il misero e fumoso piano Juncker stenta a decollare. Il ministro Pier Carlo Padoan non ha ancora aderito e si comprende la sua cautela, anzi il suo scetticismo. In realtà, all'Italia conviene non partecipare alla piccola farsa, per non dare coperture a una operazione di basso livello e per lasciarsi qualche margine di manovra su base nazionale. Che senso ha pagare opere infrastrutturali in Portogallo o magari in Germania, con tutto quel che c'è da fare a casa nostra? 

È un discorso poco europeista? È il frutto da raccogliere in base a quel che si è seminato. Anche perché i nuovi criteri proposti dalla Commissione non offrono grandi spazi. Eppure, l'Italia ha bisogno di una politica economica coraggiosa. Il primo bollettino della Banca d'Italia per il 2015 ha gelato gli entusiasmi ridimensionando la crescita a un misero 0,4% (altro che l'1,3% previsto in precedenza) dopo il -0,4% dello scorso anno, con un prezzi negativi (-0,2%). Cruciale sarà il ruolo degli investimenti, secondo gli economisti di palazzo Koch. Ma l'Unione europea sarà di scarso aiuto.

Il Patto di stabilità resta stupido come prima (definizione data da Romano Prodi, non è male ricordarlo). Lo sottolinea Andrea Boitani, docente all'Università Cattolica, su lavoce.info. Sugli investimenti, la flessibilità consiste nel fatto che i contributi finanziari degli Stati non verranno contati come ulteriore deficit per il raggiungimento dell'obiettivo di medio termine e non scatterà la procedura per deficit eccessivo. Inoltre, si potrà applicare la "clausola investimenti", che riguarda progetti decisi e finanziati a livello nazionale e che contribuiscano a innalzare il tasso di crescita potenziale e la sostenibilità delle finanze pubbliche in modo verificabile. 

La stessa clausola, però, è condizionata da una serie di fattori: 1) la crescita del Pil deve essere negativa o il Pil deve rimanere "ben al disotto del potenziale (risultante in un output gap superiore dell'1,5% del Pil)"; 2) la deviazione non porti a superare la fatidica soglia del 3% del rapporto deficit/Pil; 3) essa sia dovuta a investimenti all'interno di progetti cofinanziati dall'Ue o a cofinanziamenti nazionali di progetti cofinanziati dall'Efsi; 4) i cofinanziamenti non sostituiscano spesa per investimenti interamente finanziata a livello nazionale; 5) gli Stati raggiungano il loro obiettivo entro quattro anni. "È plausibile che l'insieme di queste condizioni finisca per essere così restrittivo da vanificare in gran parte la clausola", scrive Boitani. Per l'Italia, se tutto andasse bene, ci sarebbe una riduzione dell'aggiustamento dello 0,25% del Pil anziché dello 0,5%. Un po' di respiro e nulla più. 

Ma attenzione, anche le riforme strutturali hanno la loro "clausola": debbono essere "di peso", cioè debbono avere un impatto consistente e positivo sulla crescita e la finanza pubblica nel lungo periodo. Per le pensioni c'è l'introduzione di un pilastro basato sul sistema di capitalizzazione; quanto alla sanità, per avere impatto consistente e duraturo sulla finanza pubblica deve tradursi o in riduzione della copertura "assicurativa" o in riduzioni dei costi, cioè in buona parte in riduzioni degli stipendi. Infine, le riforme debbono essere pienamente realizzate.