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SPY FINANZA/ Il "bubbone" che fa tremare l'Italia

Pubblicazione:sabato 17 gennaio 2015

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E qui iniziano le criticità, perché la divisa russa ha ricominciato a crollare rispetto al dollaro proprio come conseguenza delle dinamiche petrolifere, nonostante l'intervento blitz della Banca centrale dopo la sell-off di dicembre. E i corsi del rublo potrebbero anche innescare tensioni geofinanziarie tra la Russia e uno Stato a lei di fatto non ostile come l'India, visto che molti produttori indiani di acciaio stanno perdendo consistenti quote di mercato interno proprio in favore di quelli russi, stante l'aumento dell'import legato proprio alla debolezza della moneta moscovita e quindi alla maggiore economicità per le aziende che utilizzano la commodity. Inoltre, mercoledì il ministro dell'Economia, Alexei Ulykayev, ha dovuto ammettere che le possibilità che il rating nazionale venga abbassato a "spazzatura" sono «abbastanza alte», un qualcosa che potrebbe avvenire proprio in questi giorni visto che lo scorso mese Standard&Poor's ha reso noto che la review del rating russo, già oggi a un solo notch del livello "junk", sarebbe stata completata entro metà gennaio. 

Inoltre, la Banca mondiale ha tagliato le previsioni di crescita per il Paese, attendendosi ora una contrazione dell'economia del 2,9% per quest'anno, una revisione molto netta visto che solo a dicembre le stime erano del -0,7%. E ancora, il ministro delle Finanze, Anton Siluanov, ha reso noto che gli introiti dell'export potrebbero crollare di 3 triliardi di rubli (45,6 miliardi di dollari) se il pezzo del petrolio dovesse stabilizzarsi a quota 50 dollari al barile: già oggi, il crollo del prezzo ha creato shortfall nei conti pubblici per 180 miliardi di dollari, cui vanno aggiunte quelle legate alle sanzioni occidentali pari a circa 60 miliardi di dollari. 

Per Andrew Sheets di Morgan Stanley, «nonostante il governo sembri sapere come affrontare la crisi, la situazione russa è veramente difficile. La sfida innescata dalle riserve di valuta estera è sempre molto delicata, perché ti incoraggiano a usarle, ma quando il mercato si rende conto che lo stai in effetti facendo, mette subito in conto il fatto che tu le stia bruciando o che non siano sufficienti. E finisci nel mirino. Inoltre, fino a quando il prezzo del petrolio continuerà a calare, il mercato vedrà sempre la Russia come fondamentalmente nel pieno di una sfida epocale». Ed ecco che la risposta di Mosca non si è fatta attendere, anzi. 

Mercoledì, infatti, il governo russo ha reso noto che sposterà il passaggio del suo gas verso l'Europa dall'Ucraina alla Turchia, essendo Turkish Stream l'unica pipeline in grado di reggere il flusso di 63 miliardi di metri cubi che attualmente passano dall'ex Repubblica sovietica. Una mossa che ha fatto risentire e non poco sia il Commissario europeo all'Energia che la Commissione europea, i quali hanno definito la scelta senza senso economico e destinata a colpire in maniera grave la reputazione russa come Paese esportatore: peccato che invece un senso questa scelta ce l'abbia, anche se non economico ma geostrategico. Avendo perso sempre maggior controllo sul mercato del gas europeo, sia per scelte dell'Ue che per gli inverni sempre più miti, Mosca così facendo obbligherà Bruxelles ad accettare la nuova pipeline turca come opzione, avendo come alternativa la perdita dell'approvvigionamento di gas russo: il problema è che questo imporrà dei costi, visto che il numero uno di Gazprom ha già reso noto che «i nostri partner europei sono stati avvertiti, ora è loro compito creare le necessarie infrastrutture di trasporto del gas dal confine greco e turco». 

Quali saranno i costi non si sa, ma Mosca ha già detto che utilizzerà fondi e materiali che erano stati messi a disposizione per l'originario progetto South Stream per dar vita alla nuova pipeline del Mar Nero e che la Turchia otterrà uno sconto del 6% sull'import di gas per tutto il 2015, mentre l'Ue ora rimane con il cerino in mano: cercare fonti alternative al gas russo, rompendo di fatto tutti i rapporti - già tesi - con Putin o cedere al suo ricatto geofinanziario? Ma non basta, perché con una mossa ancora più ardita e senza precedenti nelle stesse ore Mosca annunciava anche altro, ovvero la sua chiamata fuori dal sistema del petrodollaro. 


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