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SPY FINANZA/ Il "bubbone" che fa tremare l'Italia

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Ricorderete che vi parlai del fatto che quest'anno, per la prima volta da diciotto anni, i paesi esportatori di petrolio non immetteranno surplus proventi dell'export nel sistema finanziario globale, denominato in dollari appunto, ma anzi dreneranno 7,6 miliardi, a fronte di un'immissione che nel 2012 fu di 248 miliardi di dollari e nel 2013 di 60 miliardi. Bene, con atto unilaterale, Mosca ha deciso che potrebbe smobilitare il suo Fondo di riserva da 88 miliardi di dollari e convertire parte delle sue detenzioni da valuta estera in rubli al fine di sostenere l'economia del Paese: quei dollari sono gli stessi che normalmente la Russia avrebbe "riciclato" nel sistema del petrodollaro in asset statunitensi, ora invece andranno a stabilizzare il quadro macro e soprattutto il tasso di cambio del rublo. Il ministro delle Finanze, Anton Siluanov, ha dichiarato che insieme alla Banca centrale, intendiamo vendere tra gennaio e febbraio parte delle nostre riserve di valuta estera e convertirle in rubli che metteremo in deposito nelle banche per garantire liquidità all'economia». 

Insomma, Mosca non fa più parte delle nazioni che scambiano petrolio per valuta statunitense. Qualche altro Paese seguirà a breve la decisione della Russia? Perché se così fosse non ci sarebbero ripercussioni solo sul dollaro e i tassi Usa, ma anche e soprattutto sulla commodity più finanziarizzata al mondo: il petrolio, appunto. Di più, un esodo più importante dal sistema del petrodollaro avrebbe conseguenze anche su quanto più sta a cuore alle Banche centrali di tutto il mondo sviluppato, cioè i livelli dei prezzi degli assets e più specificatamente cosa accadrà quando i venditori emergeranno in quello che si sta rapidamente tramutando nel mercato meno liquido della storia. 

Ma torniamo ora ai cds e ai rendimenti comparati tra i "tre malati" su cui stavamo ragionando prima. Sia la Grecia che l'Ucraina, rispetto alla Russia, sono però dipendenti dai prestiti del settore pubblico straniero e nessuno - né le intemerate di George Soros affinché l'Ue garantisca 50 miliardi di dollari a Kiev, né le sparate anti-Grexit di Jean Claude Juncker - può sapere per quanto davvero il mercato, ovvero i creditori, saranno così pazienti o volenterosi di accettare deviazioni dalle loro condizioni, ovvero riforme per l'Ucraina e nessun haircut o ristrutturazione del debito ellenico. E attenzione, perché sul fronte greco l'altro giorno è accaduto qualcosa di senza precedenti, ovvero che un'agenzia di rating ammettesse il rischio di contagio in caso di "Grexit" ma non per le economie dell'eurozona, bensì per la possibile emulazione che potrebbe scatenare un ritorno alla dracma che portasse la crescita economica della Grecia a superare quella degli altri paesi di Eurolandia, incentivandoli così a seguire la stessa strada. 

Ecco la traduzione letterale della parte finale del report, anticipato in anteprima da MF-MilanoFinanza: «Mentre una rapida risposta dei policymaker dell'aera euro nel breve termine potrebbe limitare con successo ogni forma di contagio di un'uscita della Grecia, questa porrebbe tuttavia delle sfide sul lungo termine. In particolare, è probabile che a medio termine negli altri paesi dell'area euro persistano alti livelli del debito e del tasso di disoccupazione, date le deboli prospettive dell'economia e i rischi di deflazione. Mentre l'uscita dalla moneta unica nel breve termine potrebbe danneggiare in misura significativa l'economia greca, il probabile calo significativo della nuova moneta greca (dopo la sua introduzione) dovrebbe, col tempo, facilitare l'aggiustamento dei residui squilibri greci. Nel medio termine, la crescita economica in Grecia potrebbe superare quella degli altri Paesi dell'area euro, il che potrebbe innescare discussioni su ulteriori fuoriuscite». 

Ecco spiegato il perché a Bruxelles siano terrorizzati dalla prospettiva di un abbandono dell'eurozona da parte di Atene. Ma c'è di peggio. Ieri funzionari del ministero delle Finanze ellenico hanno reso noto che non ci saranno problemi a raggiungere gli obiettivi prefissati dal piano di salvataggio per il 2014, visto il surplus primario che vale l'1,5% del Pil, ma che ci sono preoccupazioni per il budget dell'anno in corso, visto il crollo delle entrate fiscali. Il target per il mese di gennaio è infatti di 4,5 miliardi di euro, ma gli stessi funzionari hanno ammesso che nei primi dieci giorni di gennaio non vi sono stati segnali che possano supportare questo obiettivo, visto che rispetto al medesimo periodo dello scorso anno gli introiti generati dalla tassazione hanno conosciuto un calo tra il 70% e l'80%.