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SPY FINANZA/ Il "bubbone" che fa tremare l'Italia

Pubblicazione:sabato 17 gennaio 2015

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Guardate il primo grafico a fondo pagina: è relativo al cosiddetto US Macro Data Surprise Index, un indice tracciato da Bloomberg che compara i dati macro ufficiali con le previsioni sugli stessi fatte in precedenza da analisti, economisti e istituzioni economico-finanziarie. Se il dato reale batte le aspettative il punteggio assegnato a +1, se fa peggio delle aspettative è -1, se è pari al consenso delle stime la valutazione è zero. Bene, la riga nera nel grafico è l'indice relativo ai dati macro finora usciti negli Usa dal Giorno del Ringraziamento a oggi, il risultato peggiore da almeno dieci anni. Ma gli Usa sono in ripresa, come dicevamo anche ieri! 

Ora guardate il secondo grafico, ci dimostra come a novembre dello scorso anno le aziende attive nel settore dello shale oil impiegassero 543mila persone in tutti gli Stati Uniti, il doppio di dieci anni prima, ma anche come a causa del crollo del prezzo e quindi della riduzione dei margini di profittabilità, siano proprio gli Stati con maggior concentrazione di giacimenti - e quindi di impiegati nel comparto - ad aver fatto salire il numero delle richieste di disoccupazione. Insomma, la crisi petrolifera comincia a mordere l'economia reale. 

Tranquilli, è tutta una strategia finalizzata a far intervenire la Fed, come vi dicevo ieri e come cercherò di sostanziare la prossima settimana introducendo il concetto di "oil weapon". Ma sempre come vi dicevo ieri, ampliando il quadro dagli Usa allo scenario globale, a farmi paura sono anche le implicazioni del voto greco e del dimenticato conflitto russo-ucraino, tornato prepotentemente di attualità martedì, dopo che una bomba contro un bus ha fatto dieci morti a Donetsk, di fatto una palese violazione della già fragile tregua. Guardate il terzo grafico: ci mostra gli attuali livelli dei credit default swaps a cinque anni per Grecia, Russia e Ucraina messi in comparazione. Il cds di Kiev è in area 2028 punti base, il secondo peggiore al mondo dopo il Venezuela, poi arriva la Grecia con 1407 punti base e poi la Russia con "soli" 547 punti base, frutto anche della ratio debito/Pil di Mosca al 15%, uno dei Paesi meno indebitati al mondo, ma non è detto che in realtà la situazione sia questa. 

Da questo spread sui cds, infatti, si può calcolare la probabilità implicita annuale di default sotto differenti prospettive di ripresa economica, ad esempio la percentuale di creditori che si attendono una ripresa dopo che il default è avvenuto. Bene, in base a questa valutazione, più basse sono le aspettative di ripartenza, più basso il rischio implicito di default: a livello generale, l'attesa di ripresa più utilizzata è quella del 40%, la stessa che è stata utilizzata per il quarto grafico, da cui si evince che la probabilità implicita annuale di default per la Russia in uno scenario di ripresa al 40% è del 7,6%, mentre quella ucraina è del 17,1%. 

Ora prendiamo in esame anche un altro indicatore di rischio, ovvero il rendimento del bond sovrano decennale: quello russo è trattato a poco più del 14%, ma quello a tre anni è già in area 16%, quindi la curva è invertita come reazione all'aumento dei tassi al 17,5% operato dalla Banca centrale russa. Il decennale greco, invece, è attorno al 10,2%, mentre quello a tre anni è circa al 13,5%, quindi anche in questo caso la curva è invertita, segnalando rischio di sostenibilità e solvibilità nel breve periodo. Perché quindi il cds russo è così basso rispetto a quello greco, mentre il rendimento dei bond di Mosca è significativamente più alto? 

Il rischio serio è che alcuni di questi strumenti di valutazione - yield obbligazionario e cds - siano prezzati non a valori di mercato reali e non in base ai rischi reali: tanto più che di fatto il governo greco è in bancarotta e dovrà dichiarare l'insolvenza se per caso verrà ritirato il piano di salvataggio, mentre il governo russo non è insolvente e difficilmente lo diventerà nel breve-medio termine. Mosca sembra quindi la candidata meno probabile tra le tre a dover affrontare difficoltà nei pagamenti, ma moltissimo dipenderà dagli sviluppi futuri rispetto proprio al prezzo del petrolio e al rublo. 

 

 

 

 


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